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A PROPOSITO DI DISTURBI ALIMENTARI

A PROPOSITO DI DISTURBI ALIMENTARI
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Le ragazze che vomitano 20 volte al giorno o quelle che pesano 30 Kg per un metro e 60 affermano: “Io sto bene così, mi sento libera! Cosa faccio di male? Non do fastidio a nessuno, lasciatemi in pace!”. Quel lasciatemi in pace ha valore assoluto: pace dai sensi, dall’obbligo di relazioni con il mondo esterno, dal dare, dallo scorrere della vita, dalle pretese del corpo. Lassù nella testa i pensieri si aggrovigliano: controllo bilancia, rendimento a scuola, via al supermercato, abbuffata, vomitare, controllo bilancia, controllo specchio, tuffo nel balletto, controllo bilancia, frigorifero, vomitare, performance sul lavoro, prima assoluta nello sport, controllo pancia, frigorifero, vomito, controllo cibo, ancora vomito, ricerca del lassativo, movimento nella ginnastica, controllo bilancia, controllo peso, controllo specchio, conteggio calorie, palestra, abbuffata, senso di pienezza…via col vomito, controllo bilancia, controllo cibo, controllo pancia e cosce, ancora il lassativo. Frigorifero (“dove ho nascosto il cibo?”). Vomito. Poi i ‘No‘: sono no l’alimentazione normale, l’acqua, l’amore, la femminilità, la sessualità, le relazioni amorose, le cene con gli amici, il lasciarsi cullare dalle onde del vivere. No alle sensazioni, alle delusioni, all’andare verso l’altro, alla bellezza.

Troppe volte -ed erroneamente- si è descritto questo male in modo riduttivo, prendendo alla lettera la descrizione dell’etimo. Vero è che anoressia è sì la mancanza di appetito, ma non dell’appetito di cibo – che della malattia è un epifenomeno – ma dell’appetito di vivere. Il credere che sia solo mancanza di appetito (o ripugnanza per il cibo) ha spesso conseguenze nefaste sulla terapia del disturbo alimentare. Infatti medici e genitori sono lì a scrutare il verdetto della bilancia, che se segna il chilo in più, suscita atteggiamenti di compiacimento nei confronti dell’ammalata (“Guarda che brava, hai messo su 350 grammi!”), ma se marca qualche grammo in meno produce costernazione o rabbia. Ma c’è di peggio: in alcune tendenze della psicologia si fa strada una nuova tendenza che è quella fregarsene del “chilo in più chilo in meno”!. Certo: la cura dell’anoressia non deve transitare soltanto dalla statistica del peso, ma ciò non significa che l’importanza -seppur relativa- di questo fattore debba essere disconosciuta o, addirittura, negata. Solo un corpo armonioso, che sente vibrazioni e sentimenti è in grado di provare appetito di vita, è ricettivo agli stimoli del mondo esterno, quindi alla realtà; solo un corpo nel quale l’energia scorre, un corpo vivo e sano, può aprirsi alla rieducazione, alla terapia, se questa è intesa come un training alla vita e non come palestra del pensiero o luogo nel quale far ballare il corpo come una marionetta sostenuta dai fili dell’irrealtà. Solo un fisico aperto, ricettivo, può produrre pensieri legati alla ineluttabilità del vivere. E un corpo non può consistere solo di pelle, ossa e qualche organo interno che, a fatica, mantiene in vita quel cereo mozzicone che stenta a dare luce.

Nei disturbi alimentari ogni spiegazione circa il luogo nascente della malattia evoca nuovi perché. L’incontro con l’altro e con il terreno relazionale suscitò, tempo addietro, sentimenti di ansia e infelicità e fornì il primo impulso al crescere della mente. Dall’inconscio (ma a volte anche dal conscio) nacque il rifiuto a fondersi con il Tu e con l’ambiente e l’energia deviò dalla meta naturale e si spostò su qualcosa di eccitante, ma controllabile, di caldo ma non invadente, di nutriente ma non sfuggente. Comunque di rigettabile: il cibo! E il cibo diventò il Tu; e nella relazione con il cibo vennero trasferite le peculiarità che caratterizzarono e caratterizzano la relazione, malata, con il Tu di riferimento. La lettura del rapporto che l’ammalata o l’ammalato hanno con il cibo è indicativa della relazione che essi sviluppano nei confronti del mondo esterno e del Tu di riferimento.