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AIUTO! HO UNA FIGLIA ANORESSICA

AIUTO! HO UNA FIGLIA ANORESSICA
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L’allarme è scattato, il più delle volte con un ritardo deleterio. I genitori, molto spesso, per un tempo troppo lungo, non vogliono vedere. Hanno paura di riconoscere un fantasma già molto temuto: l’anoressia. Per mesi o, addirittura, per anni, hanno tentato di allontanarlo, illudendosi che si trattasse di banali, anche se non innocue, manie della figlia riguardo al cibo, al peso, alla dieta, che si sarebbero spontaneamente risolte con il passare del tempo.
Nei casi di bulimia è ancora peggio. L’assenza di dimagrimento, di emaciazione e di apparente deterioramento organico del soggetto rende la malattia praticamente invisibile, non solo agli estranei, ma anche agli stessi familiari. Del resto, la bulimica spesso tende a occultare i suoi comportamenti anomali. Si abbuffa e vomita in situazioni di isolamento: di notte o in assenza di genitori e familiari.
Che fare allora quando scatta finalmente l’allarme?
A quel punto i genitori sono colti da mille dubbi, risultano travolti dai sensi di colpa e vivono una penosa sensazione di inadeguatezza e impotenza. In che cosa hanno sbagliato? Come rimediare? Ma è proprio tutta colpa loro? Oppure dipende anche dal carattere difficile della figlia? Dallo stress dell’esame di maturità? Dal desiderio di assomigliare a qualche modella? Da una delusione sentimentale? Infinite domande si susseguono nella mente dei genitori, che vogliono scoprire la causa della malattia. In realtà, non sempre sono convinti che si tratti di una vera e propria malattia. Il mito che si tratti piuttosto di cattive abitudini alimentari, che basterebbero l’impegno e la forza di volontà della figlia a risolvere, rimane saldo. “Che cosa ti manca? Hai tutto dalla vita…genitori che ti vogliono bene, la possibilità di studiare senza doverti mantenere, libertà di uscire, vacanze…Io alla tua età avevo già delle responsabilità, lavoravo…ero già madre”. In tal modo i genitori sottovalutano il problema, semplificano, come se fossero in presenza di un banale accidente, uno di quei fenomeni che accompagnano la crescita degli adolescenti. Eppure, il richiamo alla forza di volontà è fuori luogo.
Quanto a forza di volontà le anoressiche sono imbattibili, bravissime nell’esercitare un ferreo autocontrollo. Si impongono drastiche rinunce e digiuni sistematici, anche se avvertono i sintomi della fame. Anoressia non equivale, infatti, a perdita di appetito. È vero che, a lungo andare, si determina una situazione in cui il corpo è come anestetizzato: sembra non reagire più, diventa insensibile agli stimoli della fame e della stanchezza. A questo è collegata una euforica sensazione di potere, attraverso l’esercizio di un controllo che appare senza limiti. La forza di volontà non difetta certo a queste persone. Il problema è costituito, semmai, dall’obiettivo perseguito. I genitori pretenderebbero che la volontà delle figlie si esercitasse in direzione contraria: dovrebbero sforzarsi di mangiare, vincendo il terrore di accumulare peso, invece che ignorare le richieste di nutrimento e cure del loro corpo.
Al contrario, l’incubo della perdita del controllo sulla propria volontà è tipico delle bulimiche, le quali, a differenza delle anoressiche e in accordo con l’opinione dei genitori, si ritengono totalmente prive di forza di volontà. Quando cedono alle abbuffate, cadono in preda a terribili sensi di colpa. I loro comportamenti compulsivi sono assolutamente refrattari alla forza di volontà più ferrea e i richiami dei genitori in tal senso non fanno altro che aumentare il livello di ansia delle figlie. L’ansia invalida ancora di più i disperati tentativi di autocontrollo delle bulimiche, che spesso cadono preda della depressione. Si innesca così un pericoloso circolo vizioso che intrappola le pazienti senza via di scampo. Come uscirne?
Trattandosi di malattie di origine psicologica, il rimedio va cercato in un settore che esula dalla medicina tradizionale di stampo organicista. In ambito psicologico, la cura passa attraverso la parola e la relazione tra le persone, anziché attraverso l’assunzione di sostanze chimiche come le medicine. Molti genitori sono ancora scettici nei confronti di questo approccio e tendono a squalificare un intervento psicoterapico. È più rassicurante la figura del medico che prescrive il ricostituente, le vitamine o gli integratori alimentari, o del dietologo, piuttosto dello psicoterapeuta che indaga sui problemi della persona e sulle dinamiche familiari. È anche questione di tempi. La ricetta prospetta la possibile risoluzione di una malattia a breve termine. Non così la psicoterapia, che richiede un paziente e a volte lungo lavoro.
I genitori devono essere osservatori attenti, individuare un problema non è sempre facile (è abbastanza normale, in presenza di stimoli particolarmente ansiogeni, utilizzare il cibo come strategia per alleviare lo stato di tensione), ma è auspicabile coglierlo e segnalarlo prontamente. Una diagnosi precoce e un tempestivo intervento sono elementi decisivi per una prognosi favorevole. Se prese in fase acuta, a meno di un anno dall’insorgenza dei sintomi, anoressiche e bulimiche risultano più facilmente trattabili mediante psicoterapia. I loro comportamenti “malati” non sono ancora così rigidamente strutturati. Con il trascorrere del tempo, la vita di queste ragazze diventa una sequenza immutabile di azioni e abitudini che le imprigiona e le rende molto resistenti a qualunque tentativo di cambiamento da parte degli altri. Fare breccia attraverso la rigida corazza di cui si sono rivestite diventa, talvolta, un’impresa disperata. Non riescono i genitori, ma non riescono neppure i terapeuti. Le anoressiche sono bravissime nel ‘far fuori i terapeuti’. Ragion per cui molti miei colleghi non si sentono in grado di trattare patologie alimentari. È indispensabile, dunque, evitare che la situazione si cronicizzi. In tal caso la prognosi risulta decisamente più sfavorevole. Difficile guarire pazienti anoressiche o bulimiche da cinque, sei, dodici anni. Difficile, ma non impossibile, credetemi!
Da anoressia e bulimia si può, comunque, guarire. Quando parliamo di patologie alimentari, occorre però intendersi sul significato del termine “guarigione”. Sembra impossibile ripristinare una condizione di benessere, immaginarsi libere dalla schiavitù dei comportamenti compulsivi, dall’ossessione del peso e del cibo. I genitori si chiedono preoccupati: “Tornerà a essere come prima? Guarirà completamente?”. Il ritorno alla normalità è indicato da molti segnali, alcuni più chiari, altri meno appariscenti ma ugualmente significativi. I genitori sono molto centrati sull’aspetto alimentare; riprendere a nutrirsi regolarmente, con una dieta equilibrata, è certamente un indicatore importante, ma non è decisivo. Possiamo accettare che, anche una volta guarite, le anoressiche e bulimiche continuino a manifestare preferenze nette per alcuni tipi di cibi ed esclusione sistematica di altri. Sarà difficile ad esempio per un’anoressica mangiare un piatto di lasagne o uno ad alto contenuto calorico. Questo è un risultato che non possiamo pretendere e i genitori lo devono accettare. L’essenziale è che non sia più un’ossessione invalidante e non precluda un’alimentazione ragionevolmente adeguata.
Un altro fattore di normalizzazione è la ripresa di una vita sociale attiva, che avevano abbandonato, essendo tutte le energie canalizzate sul cibo, sul peso, sull’esercizio fisico e sul problema del controllo. Infatti, quando la malattia prende il sopravvento, diventa estremamente imbarazzante mangiare o non mangiare in presenza degli altri. Anche gli amici vengono guardati con sospetto e tenuti alla larga, come potenziali nemici.
Lentamente, quando la psicoterapia comincia a dare i primi risultati, riprendono i contatti con il mondo esterno (scuola, lavoro, amici) e soprattutto torna il piacere di queste attività, prima vissute con ansia e col pensiero fisso del cibo. Da ultimo, un fondamentale segnale di guarigione è la ripresa del ciclo mestruale, senza dover ricorrere alla somministrazione di ormoni. Questo è un segnale decisivo, che non va sottovalutato. La ragazza non si può considerare guarita se non si ripristina spontaneamente il ciclo mestruale. Questo può avvenire molto tempo dopo il recupero ponderale, anche più di un anno. Il significato metaforico è l’accettazione della propria femminilità e la ripresa di una vita.