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ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA E AUTOSABOTAGGIO

ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA E AUTOSABOTAGGIO
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Le persone con un disturbo da alimentazione compulsiva hanno spesso paura di star bene, di star bene davvero. Durante un percorso di dieta riescono a perdere anche dei chili, ma quasi sempre vengono presto recuperati. Le persone con alimentazione incontrollata il più delle volte sono state ragazzine un po’ cicciottelle fin dalla tenera età, magari messe a dieta già giovanissime, vittime di derisioni e scherni, affrontati molte volte ridendoci su e sdrammatizzando, mentre dentro di loro ne soffrivano parecchio. E così si sono create un’immagine, di quella sovrappeso, un personaggio quasi, che si difende dalla sua emotività dietro lo strato di ciccia, i chili di troppo e il mangiare tanto, e l’idea di cambiare rotta, di vedersi finalmente normopeso e mangiare poco, spaventa! Come qualsiasi cambiamento, anche il perdere peso e l’abbandonare la consolazione del cibo fa paura: significa intraprendere una strada nuova, mai provata, che può essere positiva, ma può comportare anche dei rischi, nessuno sa cosa si può trovare e provare nella nuova via e visione di sé. Allora è più rassicurante rimanere sul sentiero già noto e conosciuto, dove ci si sente al sicuro, al riparo dalle delusioni e dalle incognite, da ciò che non si conosce e che può far paura. Inoltre, l’idea di poter riprendere il peso magari perso con molta fatica e impegno, porta con sé un tale terrore da non tentarci nemmeno: “e se poi, dopo tanti sacrifici e fatiche, riprendo i chili che avevo perso?”.

Questa paura fa sentire troppo male, la sola ipotesi che ciò accada fa sentire troppo delusi di sé, sarebbe un tale fallimento da far ritornare nella condizione attuale ancor più tenacemente e pericolosamente, meglio rimanere come si sta adesso, tutto sommato non si è in pericolo di vita (nonostante spesso ci siano delle ripercussioni negative sulla salute), che vedere un successo mai sperato e poi fallire! E allora arriva il cibo a consolare e a riempire, ma non solo lo stomaco, a provocare quelle sensazioni piacevoli che non si trovano altrove, a dare pace ai drammi della vita, a far tacere delle emozioni che non si sa come gestire. A poco a poco, l’atto di mangiare tanto, di ingozzarsi, prescinde dalle ore dei pasti o dal desiderio di cibo e diventa sempre più una risposta ai turbamenti o ai dispiaceri emotivi, alla rabbia o ai sensi di colpa. Alcuni lo fanno su base temporale; ogni volta che c’è un periodo di tempo libero da impegni, un “vuoto”, lo riempiono col cibo. Per altri diventa “semplicemente un’abitudine”. Per altri ancora, quest’abitudine se n’è andata via in parecchie occasioni per un certo periodo, in cui si sentivano davvero bene, per un motivo o per l’altro, ma se questi sentimenti di benessere non si protraggono, il disturbo ritorna con tutta la sua forza e la sua ragione di esistere, e con la sensazione di non potersi meritare di stare bene davvero e per sempre.

Grazie ad un percorso di cura terapeutico è possibile lavorare e riflettere su questi (e tanti altri) aspetti, arrivando alla conclusione che è meglio rischiare e provare a cambiare direzione, che rimanere intrappolati nella dipendenza fisica ed emotiva dal cibo, cosa da cui ci si può invece liberare grazie all’appoggio e all’accompagnamento del terapeuta; che è meglio iniziare a volersi e farsi del bene che continuare ad infliggersi sofferenza e punizioni attraverso il cibo, anche se quest’ultimo sembra sul momento dare piacere e sollievo.