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ANORESSIA, BULIMIA E VUOTO ESISTENZIALE

ANORESSIA, BULIMIA E VUOTO ESISTENZIALE
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La bellezza del corpo per le anoressiche e le bulimiche non è solamente simbolo del piacere; è anche simbolo di potere. Viviamo in un’epoca in cui tutti siamo spinti, più o meno, dal desiderio di affermarci in qualche campo: un corpo magro, snello, agile rappresenta un simbolo di potere. La ricerca spasmodica della magrezza a tutti i costi è pertanto ricerca dell’affermazione; per le anoressiche essere magre significa essere ammirate, osservate, stimate e invidiate; significa avere il successo non tanto per ciò che si è ma per ciò che si ha: un bel fisico. Ma questa tendenza all’affermazione a tutti i costi è autodistruttiva: i prezzi da pagare, come sappiamo, sono pesantissimi. La ricerca del piacere e del potere diventa così la motivazione principale della condizione di queste ragazze, diventa in un certo senso la base per la costituzione della patologia alimentare. Nella loro concezione del mondo e di se stesse non si sentono libere, tutta la loro esistenza ruota intorno al problema cibo, sono realmente determinate dalla quantità di calorie che ingeriscono; non hanno nessuna capacità di trascendere se stesse, sono solo e unicamente preoccupate dal loro aspetto esteriore. In una parola sono chiuse nel loro mondo personale. Il vuoto esistenziale che le caratterizza conduce a un progressivo ripiegamento su se stessi, sulla propria condizione interiore ed esteriore; il risultato di questo ripiegamento su se stessi è un’autosservazione continua e esasperata, che essendo negativa conduce al disprezzo di sé e all’autorifiuto. Per mutare questa immagine negativa il rimedio è quello di scegliere un ideale fittizio e ciò che continua ad andare per la maggiore tra le donne è un fisico snello e magro. La soluzione per arrivare a questo ideale fittizio c’è: la dieta. Ma la dieta non può mutare un problema di carattere esistenziale; l’immagine di sé non cambia. La restrizione alimentare diventa allora direttamente proporzionale alla concezione negativa di sé: “Meno mi piaccio e più devo cercare di diventare come voglio essere. Meno mi accetto, più debbo digiunare per dimagrire”. Parimenti nella bulimia e nell’alimentazione compulsiva il mangiare in maniera smodata diventa un modo per reagire a questa concezione di sé e il vissuto di fallimento, colpa e vergogna dettato dal fatto di abbuffarsi sostiene la visione di sé negativa, la propria condizione esistenziale ‘da perdente’. Quindi, in un circolo vizioso, il modo di comprendere e  interpretare se stessi che conduce al sintomo porta in maniera circolare a mantenere il disturbo della condotta alimentare.

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