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TEST SULLA PATOLOGIA ALIMENTARE

TEST SULLA PATOLOGIA ALIMENTARE
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Secondo il seguente test ideato da Steve Bratman, una risposta affermativa a più di quattro domande classifica il soggetto all’inizio della patologia alimentare, sino a un livello maniacale nel caso di tutte le risposte positive:

  1. Spendi più di 3 ore al giorno riflettendo sulla tua alimentazione?

  2. Pianifichi i tuoi pasti diversi giorni prima?

  3. La possibilità che i cibi che assumi ti facciano ingrassare è sempre più importante del piacere di mangiarli?

  4. Lo stato di ansia nella tua vita è aumentata da quando hai riflettuto sulla tua alimentazione?

  5. Sei diventato più severo con te stesso nei confronti del tuo comportamento quotidiano e alimentare?

  6. La tua autostima aumenta quando ti alimenti in modo corretto?

  7. Hai eliminato radicalmente diversi cibi che ti piacevano in favore di cibi più salutari e meno ingrassanti?

  8. Ti riesce più difficile mangiare fuori casa, in ristoranti diversi?

  9. Ti senti in colpa quando non mangi in modo corretto?

  10. Ti senti in pace con te stesso e in pieno controllo quando mangi in modo corretto e secondo i tuoi piani?

Anche una risposta affermativa a solo una o due domande può essere però il campanello d’allarme di un problema che sta per nascere e che potrebbe diventare più grave, suggerendo quindi un intervento per bloccarlo sul nascere!

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ANORESSIA E DINTORNI

ANORESSIA E DINTORNI
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La psicoterapia nasce da alcune premesse. L’idea è che le persone scelgano. Che siano determinate ad agire non da qualche forza superiore (“la malattia”), da qualche essenza presente nella loro mente (“l’incompetenza”) e nemmeno da una qualche forma di determinismo sistemico. Seppure dentro una gamma di possibilità che può essere ampia o ridotta, le persone scelgono.

 

Poche sindromi come quella anoressica sfidano frontalmente la fiducia sistemica nella libertà di scelta dell’individuo. Come comprendere il fatto che, deliberatamente e con una costanza tanto ostile verso gli altri e verso il proprio corpo, una giovane donna si lasci consumare giorno dopo giorno? O che divori l’intero contenuto del frigo per poi vomitarlo nel bagno, bruciandosi l’esofago? E per giunta lasci tutti a bocca aperta affermando che, secca e smunta com’è in realtà, si vede grassa e sfatta? Come spiegarlo, se non sulla scorta di una follia che non solo la induce all’autodistruzione ma che addirittura l’annebbia, tanto da renderla incapace di sapere cosa vede nello specchio? Come salvarla da tale demone, se non limitandola nella sua libertà di inconsapevole complice/vittima di quello? Eppure in quel momento in cui Mara Selvini Palazzoli ebbe la geniale illuminazione di definire il pervicace digiuno di una ragazza come il suo sciopero della fame, certo immaginava le mille implicazioni di questo modo di descrivere l’astinenza volontaria dal cibo. Innanzitutto esso diventava il frutto di una scelta, consapevole e tenace. Poi aveva un senso: si sciopera per protesta, per affermare un diritto, si sciopera come tentativo estremo e disperato di far ascoltare la propria voce quando la propria voce è soffocata. E poi, la storia di quel comportamento incomprensibile che nasceva dentro la mente malata di una ragazza che aveva perduto il senno, diventava la storia di una relazione. Implicava altri soggetti: si sciopera contro qualcuno.

 

Gli sviluppi degli approcci psicologici più interessanti vanno nella direzione di leggere la pluralità delle forme di disordini alimentari, cogliendone le possibili varianti personologiche, la molteplicità sintomatica, le diverse narrazioni legate al disordine, le differenti possibili dinamiche relazionali e familiari.

 

Non credo si debba pretendere di guarire l’anoressia. Il compito della psicoterapia è favorire la cura di sé, cambiare i pattern familiari, permettere a una persona di fare lo svincolo, aumentare il numero delle scelte possibili, trasformare la paziente designata in agente morale di cambiamento.

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GENETICA E MAGREZZA

GENETICA E MAGREZZA
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INFLUENZA GENETICA E AMBIENTALE SULL’IDEALE DELLA MAGREZZA

Studio pubblicato su ‘International Journal of Eating Disorder’ (Dicembre 2012)

Uno studio sui gemelli rivela come i fattori genetici rendono alcune ragazze più inclini ad acquistare fascino nella società con la magrezza – e quindi più a rischio di sviluppare disturbi alimentari.

PROBLEMA: Spesso (giustamente) incolpiamo i media e i comportamenti sociali generali per la prevalenza dei disturbi alimentari nella cultura occidentale. Ma perché alcune donne sottoscrivono fortemente l’ideale di magrezza approvato da fotografi e celebrità sottili come bastoni – il primo passo lungo il sentiero di insoddisfazione del corpo e la possibilità finale di sviluppare l’anoressia, la bulimia, o solo una preoccupazione morbosa verso il peso – mentre altre sembrano immuni?

METODOLOGIA: Al fine di analizzare i ruoli di fattori genetici e ambientali nella interiorizzazione di questi atteggiamenti, i ricercatori hanno intervistato più di 300 gemelli di sesso femminile, di età compresa da 12 a 22 anni, e utilizzato una scala standardizzata per determinare il grado in cui ogni ragazza desiderava assomigliare a persone provenienti da riviste, film e televisione. Poi, con il controllo per età e indice di massa corporea, hanno confrontato i geneticamente identici, i gemelli monozigoti, ai gemelli dizigoti, che condividono solo la metà dei loro geni.

RISULTATI: I gemelli identici erano più simili l’uno all’altro nella loro interiorizzazione dell’ideale di magrezza di quanto lo fossero i gemelli fraterni, ma tutte le coppie di fratelli, pur crescendo in ambienti simili, differivano tra loro per la misura in cui essi desideravano la magrezza.

CONCLUSIONE: Oltre il 40 per cento del desiderio di essere magro può essere attribuito alla genetica. Fattori ambientali generali non hanno alcun effetto misurabile sulla interiorizzazione dell’ideale della magrezza, ma i fattori ambientali non condivisi – quelli che ogni fratello vive individualmente – lo influenzano in maniera significativa.

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