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USCIRE DALL’ANORESSIA

USCIRE DALL’ANORESSIA
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La questione di cosa sia implicito nella guarigione dell’anoressia mentale – da quali segni si possono valutare il progresso e fino a che punto la condizione anoressica sia accessibile al trattamento – è una questione complessa. La ripresa di peso e del ciclo mestruale sono necessari per la guarigione, ma se non vengono chiariti i fattori psicologici sottostanti, il miglioramento fisico ha di solito vita breve. Parte essenziale della guarigione è il cambiamento dell’orientamento psicologico interiore, con un migliore esame di realtà, più fiducia nella capacità di autodirigersi, e l’abilità di prendere parte alla vita con una concezione unificata e positiva di sé e del proprio corpo.

La guarigione non è un evento isolato che fa la sua comparsa; piuttosto è un processo che si esprime attraverso un’ampia gamma di sottili cambiamenti che avvengono durante il trattamento. Tali cambiamenti si riflettono ovviamente nell’aumento ponderale e nelle modificazioni del comportamento manifesto, ma segni del cambiamento degli atteggiamenti possono verificarsi anche fin dall’inizio del trattamento. Il compito del terapeuta è di focalizzarsi sui problemi sottostanti che invariabilmente rivelano l’esistenza di una grave interferenza nello sviluppo di un positivo concetto di sé e di aiutare a convincersi di non essere così cattivo, vuoto e privo di qualunque attributo positivo, come di solito l’anoressica presenta se stessa. La paziente inizia col difendere la sua soluzione, cioè la magrezza scheletrica e l’inedia continuata, mentre esprime contemporaneamente senso di colpa e autoaccusa per aver causato così tanta infelicità e caos. Compito del terapeuta è mettere questi atteggiamenti negativi in relazione ad avvenimenti concreti che si verificano nella vita della paziente e di metterli a confronto con l’ambiente del suo sviluppo.

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L’ATTESA NEL BAMBINO

L’ATTESA NEL BAMBINO
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I bambini piccoli vivono intensamente nel qui e ora. Hanno un senso del tempo molto soggettivo e slegato dalla realtà. Aspettare costa loro fatica e ne sono pressoché incapaci; vogliono gratificazioni istantanee che in parte sono di natura fisica. Un bambino affamato diventa capriccioso, noioso e fastidioso. La trasformazione che avviene dopo il pasto ha qualcosa di miracoloso: il bambino diventa allegro e simpatico. Anche un bambino che cova una malattia può avere all’inizio un comportamento irritabile. Solo quando la malattia si manifesta sappiamo a cosa era dovuto il malumore. (Dopo ripetute esperienze, ho deciso che un comportamento irritabile è un ottimo strumento per diagnosticare una malattia!).

Quando un bambino non ottiene quello che vuole ha la sensazione che l’attesa gli faccia male. È in parte una sensazione realistica, basata sulla sua esperienza che verte su di un totale egocentrismo, ma deve anche imparare che ogni tanto aspettare non guasta, che sopravviverà alla prova e ai sentimenti negativi suscitati in lui dall’attesa. A volte la reazione del bambino è tale che la madre, temendo che non possa tollerare l’attesa o non riuscendo lei stessa a tollerare l’impazienza del figlio, interrompe qualunque cosa stia facendo per precipitarsi da lui. Se l’esperienza dell’attesa si ripete più volte e ha una durata tollerabile, il bambino si abitua e acquisisce fiducia nella propria capacità di cavarsela da solo. È sempre importante che l’adulto dia un nome alla fatica e alle emozioni del bambino (“Accidenti è proprio una faticaccia dover aspettare, ti fa molto arrabbiare che non vengo subito eh?”), così che egli impari a riconoscere tali vissuti e a gestirli.

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L’ATTEGGIAMENTO ANORESSICO

L’ATTEGGIAMENTO ANORESSICO
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Le anoressiche insistono nel dirsi incapaci di “vedere” la loro magrezza; tutte le preoccupazioni degli altri sono prive di fondamento, perché loro stanno benissimo, sono giuste così e il loro aspetto è quello che vogliono avere; anzi, dicono di essere ancora “troppo grasse”. A questo sintomo tipico, l‘immagine corporea distorta, contribuisce anche un allenamento a ingannarsi da sé. Le pazienti si esercitano nel guardarsi allo specchio, da tutti gli angoli, fiere di ogni etto che perdono e di ogni osso che sporge. E quanto maggiore è l’orgoglio di questo aspetto, tanto più insistono nel dire che è perfetto. Questa assillante preoccupazione circa il proprio peso sembra parte del desiderio anoressico di far l’impossibile, dell’orgoglio di essere ultra-speciali perché ultra-magri. Una persona che si odia per essere aumentata di qualche chilogrammo deve essere molto insicura e avere una scarsissima opinione si sé.
“Quando si è tanto infelici e non si sa come venire a capo di nulla, avere il dominio sul proprio corpo diventa un successo sfolgorante. Si trasforma il corpo nel proprio regno, dove si fa la parte del tiranno, del dittatore assoluto”. Con questo atteggiamento, il non cedere a qualsiasi esigenza del corpo diventa la massima virtù. Ciò che viene negato con maggiore forza è il bisogno di cibo. Per penosa che sia la fame, sopportarla un’ora di più, rinviare anche l’ingestione di una quantità infinitesima di cibo fino al punto della fame estrema e al giramento di testa, diventa segno di vittoria e questo, a sua volta, genera quel segreto orgoglio, quel senso di superiorità sul quale le anoressiche impostano i loro rapporti col mondo circostante.

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