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DISTURBI ALIMENTARI E FAMILIARI

DISTURBI ALIMENTARI E FAMILIARI
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I familiari sono, in genere, molto provati dai disturbi alimentari e quando entrano in terapia hanno compiuto molti sforzi nel tentativo di liberarsene e sembrano avere esaurito tutte le loro risorse. Oscillano tra il sentirsi in qualche modo responsabili (a volte sono stati biasimati da qualcun altro, professionisti compresi) e l’attribuire l’insorgenza dell’anoressia o bulimia ad eventi esterni, quali una dieta o una delusione amorosa. È importante concentrare l’attenzione e raccogliere informazioni sulla struttura della famiglia, sulla fase del ciclo vitale che sta attraversando, sui rapporti trans-generazionali e sul funzionamento della famiglia e dei suoi membri a diversi livelli (comportamentale, esperienziale e cognitivo), con particolare attenzione alle dinamiche familiari che ruotano intorno ad aree cruciali (conflitti, triangoli, confini, dipendenza-autonomia). Al disturbo alimentare viene frequentemente attribuito, sia dalla paziente che dai sui familiari, il significato di un difetto di volontà, un “vizio”, ascrivibile ad una sorta di debolezza psicologica tutta individuale. Attraverso un lavoro di esplorazione è possibile individuare le connessioni tra i disturbi alimentari, l’emergenza soggettiva e le interazioni familiari allo scopo di costruire una lettura plausibile, che restituisca comprensibilità a ciò che appare incomprensibile o relegato nei confini angusti di una debolezza individuale.

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ANORESSIA E RIFLESSIONI

ANORESSIA E RIFLESSIONI
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Condivido oggi una riflessione su anoressia e disturbi dell’alimentazione del collega dottor Mugnani:

“Oggi essere una donna sembra essere diventato un motivo di imbarazzo. Avere un corpo di donna, con curve femminili, con il ciclo mestruale e con le emozioni tipiche della psicologia femminile, è qualcosa di cui tante ragazze e tante donne adulte hanno paura e vergogna. E per questo cancellano, anche con l’anoressia e la bulimia, ciò che in loro c’è di femminile: il corpo, le forme, il ciclo, le emozioni. L’anoressia è oggi l’emblema di questa paura e di questa fuga dalla propria identità femminile, perché l’ideale anoressico punta proprio a questa cancellazione del corpo e della natura. Si badi bene che l’obiettivo anoressico non è perdere chili, ma pesare zero, cioè non avere più nessun corpo, dove ovviamente il vero problema non è il peso del corpo, ma il peso dell’identità individuale, dunque il peso della storia, dei traumi e dei desideri che abitano quel corpo. Dunque il corpo che un tempo era il luogo del piacere e delle emozioni, oggi è diventato il luogo della colpa, delle fobie, delle ossessioni, dell’anestesia emotiva dettata dai sintomi contemporanei. Una paura dunque del corpo e di conseguenza del cibo. Siamo davanti a quella che io chiamo: Generazione “ZERO %”, in cui bevande e cibi sono tutti contraddistinti dallo ZERO: zero zuccheri, zero calorie, zero grassi. Cibi che vengono amati non per gli ingredienti che contengono, ma per quello che in essi manca. Anche qui ci troviamo davanti le stesse paure e lo stesso culto per la sottrazione e la mancanza. Come quando una ragazza anoressica si guarda allo specchio e gioisce non per ciò che vede, ma per ciò che manca: chili, forme, curve, ciclo. L’anoressia però non è solo un problema di adolescenti che non mangiano o che vomitano per perdere peso; il problema è che oggi si è diffuso un sistema nei mass-media, nella moda, nella pubblicità, e nella cultura in genere, animato da una tendenza anoressica a cancellare la natura femminile, a defemminilizzare la donna. Dunque a mostrare il corpo femminile come un problema, che per andare bene richiede delle correzioni. “Essere femminile” sembra diventata una malattia da curare. “La donna” e il corpo femminile sono diventati oggetti di marketing, modellati da numeri e leggi di mercato. E anoressia e bulimia vanno lette anche come fenomeni di obbedienza patologica verso questo sistema culturale. Curare, prevenire o guarire l’anoressia, passa dunque anche attraverso una operazione culturale di riappropriazione di quella parte di sé che fino al giorno prima veniva avvertita come qualcosa “di troppo”, di eccessivo, di patologico, da dover togliere. Re-imparando dunque a gioire non dello ZERO e delle perdite, ma delle conquiste.” (copyright Matteo Mugnani)

Per commenti, scrivi a info@spazioaiuto.it

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CIBO E DISTURBI ALIMENTARI

CIBO E DISTURBI ALIMENTARI
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Nei disturbi alimentari il sintomo e il problema cibo, nonostante la sofferenza che possono portare, sono vissuti come degli alleati e si fa una gran fatica a prenderne le distanze. Il cibo nei disturbi alimentari diventa un amico-nemico con cui si vive una ambigua e duplice relazione: da un lato è ciò che tranquillizza, anestetizza, calma e lascia nell’oblio tutto il resto dei problemi (sia nella dimensione dell’evitarlo come nell’anoressia o nelle forme restrittive, che in quella dell’alimentazione compulsiva), dall’altro è un nemico pericoloso, qualcosa che può far perdere il beato controllo, che può sfuggire di mano e uscire dalla dispensa “divorandomi”. Il sintomo alimentare protegge, dietro al cibo si celano vissuti faticosi e difficilmente affrontabili, ciò che fa più paura si nasconde dentro ciò che si mangia o non si mangia. La vittoria sulla fame, il digiuno, l’iperattività, l’abbuffarsi sono vissuti come gratificanti: nel momento in cui non si controlla più nulla e tutto va male (o perlomeno non come si vorrebbe) almeno il cibo lo si può controllare, così come il corpo. Dietro ai disturbi alimentari c’è una fame inappagata, quella fame di riconoscimento, di valere, di affetto che nessun cibo potrà saziare. Allora meglio il sintomo che il nulla, meglio digiunare o abbuffarsi che fare i conti con la propria sensazione di pochezza, con il vissuto di non valere niente o almeno mai abbastanza.

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