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RIFLESSIONI SUI DISTURBI ALIMENTARI

RIFLESSIONI SUI DISTURBI ALIMENTARI
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I disturbi del comportamento alimentare sono intesi come disturbo nel modo di relazionarsi e di percepire Sé e l’Altro nella relazione; i sintomi, tutto sommato abbastanza stereotipati, a prima vista potrebbero sembrare corrispondere a meccanismi etiopatogenetici semplici e sempre uguali, ma dietro questa apparente semplicità, si ritrovano invece grandi diversità e complessità, della genesi e delle strutture di personalità; ci sono storie uniche ed irripetibili. Bisogna superare i protocolli e guardare la clinica e la necessità di ogni paziente. Questo è totalmente valido in psicoterapia e chiudere in etichette a-prioristiche le persone è scientificamente ridicolo e clinicamente iatrogeno.

Incastonati all’interno di storie e relazioni sempre differenti, l’identica e mimetica espressione sintomatica assume tanti significati/significanti quanto sono i protagonisti di ogni storia. Io trovo clinicamente utile e terapeuticamente fecondo leggere il sintomo come espressione di una dinamica interna tra persona e gruppo familiare; la dimensione del legame familiare viene intesa sia come famiglia esterna con le sue regole e i suoi bisogni sia come famiglia interna, campo psichico e modalità relazionali interiorizzate. È in questo terreno che si può attuare un processo conoscitivo/trasformativo dove si riconosce il proprio esser soggetto attivo nella relazione continua con l’altro. Il disturbo esprime la difficoltà o l’impossibilità di apertura all’alterità, all’ignoto, al futuro; non è possibile accedere ad una discontinuità col proprio mondo familiare: il soggetto resta fedele ad un’immagine di sé e alle modalità relazionali anche se risultano conflittuali, pena la perdita del senso di sé. Il sintomo è l’espressione di questa impossibilità ad accedere alla propria autenticità, e diviene una pseudosoluzione, una pseudoindividuazione: garante di un’identità fragile, elemento di contenimento, di chiusura ma anche di protezione del sé, spazio di autonomia, di differenziazione da uno spazio familiare vissuto come invasivo. Il sintomo come espressione di dolore, disagio ma anche conquista di uno spazio per sé, seppure in forma patologica come nucleo di impensabilità. Le pazienti attraverso il sintomo soddisfano il bisogno di riconoscimento, sintomo che viene perciò fortemente difeso. Il dolore è tutto racchiuso nel corpo che diviene espressione del conflitto. Il cibo sostituisce l’altro e le emozioni impossibili da controllare lasciano spazio al cibo e al corpo nell’illusione di poter controllare se stessi e il mondo. Il disturbo si gioca nell’agire nel corpo e sul corpo: vi è una forte difficoltà a mentalizzare, tutto viene ridotto ad un impulso ossessivo-compulsivo che satura la mente ed agisce sul corpo; vi è quindi una straordinaria pretesa della mente nei confronti del corpo, di non riconoscerlo come realtà, di negarne la sua consistenza fisica. Le pazienti con disturbi del comportamento alimentare incluse narcisisticamente nei bisogni dei genitori, caricate spesso da ideali troppo opprimenti, imparano ad ‘esistere’ in una dimensione di compiacenza, di dipendenza; subordinano il proprio Sé agli altri, diventa fondamentale l’approvazione, e diventa difficile percepire e riconoscere le proprie sensazioni e i propri bisogni.

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DISMORFISMO CORPOREO

DISMORFISMO CORPOREO
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Oggi si parla di Body Dismorphic Disorder, Disturbo da dismorfismo corporeo. Ovvero: quello strano complesso mentale per cui una persona percepisce il proprio corpo diverso da come è in realtà. Più grasso, giusto per fare un esempio. Avete presente quella foto della bionda anoressica che si vede paffuta nello specchio? Ecco, quella sarebbe in pratica la rappresentazione non tanto dell’anoressia, quanto di questo famigerato disturbo da dismorfismo corporeo.
Chiaramente, il Body Dismorsphic Disorder è l’accessorio trendy che arriva insieme al disturbo alimentare. In fondo, perché una persona che pesa quaranta chili può voler dimagrire ancora? Pochi giri di parole e discorsi filosofici qui. Perché tale persona si guarda nello specchio e non vede che è magra da fare schifo, anzi, vede che fa schifo perché dovrebbe dimagrire di più.
Personalmente, lo trovo un disturbo molto affascinante. E’ come se fra il nervo ottico ed il cervello ci fosse una specie di corto circuito, una distorsione che fa sì che l’immagine proiettata nella mente sia completamente diversa da quella che esiste nella realtà.
Però. C’è un però. Se c’è una cosa che non sopporto sono le giovani anoressiche che piagnucolano “io mi vedo grassa” ed incolpano il dismorfismo di tutte le loro pene. Non funziona così, troppo facile. A quaranta chili non ti vedi grasso. Puoi soffrire di dismorfismo corporeo, ma non sei cieco, le ossa che spuntano le vedi pure tu. E sei anche molto fiero e sollevato nel vederle. E se non le vedi hai comunque una bilancia, che probabilmente controlli ogni giorno, e sai benissimo di non essere sovrappeso. Chi soffre di disturbi alimentari e di dismorfismo si può anche vedere magro, ma mai abbastanza magro. Ragazze sull’orlo del ricovero non mi vedono affatto grasse, ma avrebbero volentieri continuato a perdere peso.
La verità è che il Body Dismorphic Disorder è solo una bugia perfettamente somatizzata. Chi soffre di disturbi alimentari si illude di avere del peso in eccesso – così ha una ragione simil-logica per rintanarsi ancora di più nella malattia. In pratica: non vuoi perdere peso perché ti vedi grassa, ma ti vedi grassa perché vuoi perdere peso. O, per la precisione, perché inconsciamente vuoi continuare ad avere un disturbo alimentare. Dopotutto, va da sé che il disturbo alimentare ha radici più profonde del semplice voglio-essere-magra-e-bella e queste radici certo non possono semplicemente scomparire appena si raggiunge il peso forma, tanto è vero che le tanto auspicate forme perfette sognate non si vedranno mai, nemmeno in estremo sottopeso.
(tratto da TrappolaperTopi)

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DIETE E DISTURBI ALIMENTARI

DIETE E DISTURBI ALIMENTARI
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Nel disturbo alimentare nervoso l’accento va messo sul nervoso, e la terapia dei disturbi alimentari deve uscire dallo standard della bilancia e transitare ad un approccio multidisciplinare. Personalmente credo nell’armonia: un coro sano è un corpo armonioso. Un corpo armonioso è un corpo bello. E -escludendo gli eccessi e le distorture- bello è ciò che piace. Piace: ma a chi? Anzitutto a se stessi. Un corpo che fa piacere toccare, guardare, che riceve e trasmette piacere, non può essere insano, al di la delle tabelle-peso. Se poi teniamo conto che ci rivolgiamo ad un pubblico particolare, le tabelle hanno il (dis)pregio di sortire nelle pazienti un effetto-spauracchio, quindi il rifiuto totale di diventare “normali”: la nostra anoressica di 1,65 mt avrà ben più di un mancamento se le verrà indicato un peso forma di 57 Kg. Nel caso specifico, la mia personale opinione fissa il peso-obiettivo in circa 48 Kg. Raggiunto e stabilizzato il peso-obiettivo, sarà poi la ragazza stessa a determinare il proprio peso sempre, però, in relazione al criterio di “piacere” che ho appena esposto.

Noi, “normali”, abbiamo con il “fattore peso” un rapporto diverso di una ragazza o un ragazzo che soffre di anoressia, bulimia, obesità o binge. Per noi cento grammi sono cento grammi. Per loro cento grammi sono una tonnellata. Un eccessivo dimagrimento è per noi fonte di preoccupazione; per loro sinonimo di gioia. Per noi il corpo è -o almeno dovrebbe essere- uno strumento di piacere, per loro un’inutile appendice del male.

È quindi inutile cercare di far prevalere le nostre ragioni sulle loro: il nostro modo di pensare, di interpretare, di agire è totalmente diverso. Sulle nostre tabelle e sulle nostre parole deve perciò prevalere l’esperienza diretta. Loro dovranno accettare di fare esperienza di quanto sosteniamo (come ad esempio ‘il corpo è fonte di piacere, ecc.’); e siccome il corpo è, pur nella sua complessità neuropsicologica, un sistema che dà a determinati stimoli risposte univoche, adagio adagio, loro scopriranno che il piacere deve transitare da una massa corporea consistente ma non esagerata e che il piacere si raggiunge solo nella bellezza e nell’armonia. Allora il comportamento distorto lascerà spazio a movimenti volti ad ottenere benessere. Quando loro avranno accettato e metabolizzato queste semplici verità, le tabelle torneranno negli scaffali degli esperti di statistica e sarà la buona ragione a governare le loro abitudini alimentari, quindi la vita stessa.

Una persona con disturbi alimentari è un individuo che ha come cessato di crescere, di portare avanti l’esperienza-vita e ha scelto, come oggetto d’amore, qualche cosa di controllabile e fedele: l’oggetto-cibo. Ma mentre si abbuffa o rinnega il nuovo oggetto d’amore(-odio), il suo animo diviene triste e frustrato, anche se sul momento quella sembra la soluzione a tutti i suoi drammi. Bassa è la stima nelle sue possibilità e di se stessa. Oggetto delle ossessioni: il cibo. Ieri, oggi, domani. Questo è il tetro mondo di un essere che ha reali potenzialità, ma ha paura di portarle alla luce, di esplicitarle. Meglio negare, meglio affogare, è meno faticoso. Ma attraverso un percorso terapeutico avvengono profonde trasformazioni che aiutano a riemergere e a riappropriarsi di una vita sana e pienamente vissuta.

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