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ANORESSIA: TESTIMONIANZA

ANORESSIA: TESTIMONIANZA
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Nell’anoressia e nei disturbi alimentari ci sono pensieri, idee, funzionamenti mentali assolutamente identici in tutti i casi che si incontrano. Oggi vi propongo alcune riflessioni tratte da una testimonianza di una persona che ha lottato a lungo con l’anoressia, con le abbuffate, con la speranza che sapendo di non essere i soli e gli unici ad avere questi problemi, siate anche ottimisti di poterli risolvere, visto che tanti prima di voi ce l’hanno fatta!

Attribuisco al cibo un significato sbagliato, spesso lo utilizzo come un sedativo, un modo per non pensare a nient’altro. E’ come se restare malata, con la mia anoressia come compagna fedele, mi permettesse di non dovermi occupare di tutte quelle cose che mi spaventano. Ho paura di affrontare quello che mi fa stare veramente male, per cui evito di occuparmene attraverso i problemi alimentari. E’ come se i sintomi mi occupassero tutto il tempo, i pensieri, la mente, mi permettessero di non pensare. La mia testa è dominata da pensieri quali “Tutto o niente”, “Meno mangio meglio sto”, classifico il cibo come sano o cattivo, controllo tutto ossessivamente, controllo il peso e il corpo in maniera angosciata, ho un forte desiderio di perfezione rivolto al corpo e alla qualità della vita. Essere insoddisfatta di me stessa e della mia vita è come se mantenesse presente il meccanismo dell’abbuffata e del sintomo. L’anoressia e il disturbo alimentare nascondono un disagio profondo: attraverso il rifiuto del cibo o l’abuso di esso si vogliono esprimere emozioni, stati d’animo, pensieri, che non si riescono a buttar fuori a parole o in modo diverso. Poi questo meccanismo portato avanti nel tempo si radica nella persona, che arriva a definire automatici certi comportamenti e certe modalità di gestione delle emozioni, come se fossero al di fuori del proprio controllo. Il sintomo, l’anoressia, aiuta a resistere, a sopravvivere alle difficoltà, è come se fosse un modo per sopportare tante situazioni scomode e tante emozioni intollerabili”.

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ANORESSIA E DCA

ANORESSIA E DCA
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Oggi i disturbi alimentari sono la seconda causa di morte in adolescenza dopo gli incidenti stradali, l’anoressia ha un tasso di mortalità del 5%. In un percorso di cura è necessario aprire lo spazio per un’altra risposta della persona ai suoi problemi che non sia l’anoressia. Tra i dca l’anoressia è una dipendenza dal niente, una tossicodipendenza dal nulla, mentre negli altri disturbi alimentari c’è una dipendenza dal cibo come risolutore dei problemi. L’anoressia e i disturbi alimentari rappresentano per la persona che ne soffre una soluzione, mentre il lavoro terapeutico è permettere un’altra soluzione. L’obiettivo finale di un percorso di cura è “Ama il tuo corpo, una dieta non può renderti felice!”. Nei disturbi alimentari la patologia sta proprio nell’atto del mangiare, quindi dire “mangia” sarebbe come dire a una persona che ha la febbre “fattela passare”. Spesso la famiglia che affronta l’anoressia utilizza solo suppliche e minacce per convincere la figlia a mangiare, ma più aumenta la sollecitudine più l’appetito diminuisce. E’ necessario capire che il controllo tenta di proteggere da sofferenze molto importanti: anche se usa modi molto forti tanto da far arrivare a condizioni cliniche serie la restrizione ha l’obiettivo di proteggere. Il controllo nell’anoressia non va attaccato, ma capito nella sua funzione di gestire emozioni soverchianti e vissuti intollerabili, il controllo nell’anoressia va accolto altrimenti si alzeranno le difese della persona. Se la ragazza si sente capita durante un percorso di cura è la direzione giusta, il controllo si attutisce e la ragazza inizia a collaborare e si rilassa. Un sintomo alimentare deve essere accolto e capito per poter entrare in relazione con la persona che ne soffre, il disturbo alimentare non va negato o criticato come un atto di mancanza di volontà o un capriccio o semplice golosità nel caso della bulimia e del binge eating.

Lo scopo della cura è capire cosa si sta cercando di dire e di regolare con il cibo? Spesso sono delle emozioni, vissuti e stati emotivi che non si sanno leggere, tollerare e gestire adeguatamente, quindi non bisogna mai soffermarsi solo sul cibo e sull’educazione alimentare. Chiedere “Perché continui a fare questa cosa?” può aggravare il problema, soprattutto il sentirsi inadeguato. Un disturbo alimentare è visto come un’alternativa funzionale ad una situazione di vita intollerabile, che non può essere fronteggiata con le abituali risorse e abilità. Ad esempio nelle ragazze c’è il pensiero: “Ci deve essere qualcosa di me che va bene e quindi almeno il corpo deve andare bene”, motivo per cui inizia il controllo e la restrizione.

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CIBO E ABBUFFARSI

CIBO E ABBUFFARSI
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Spesso le persone davanti al cibo, nell’ abbuffarsi, si ritrovano a domandarsi “Perché sono finita ad abbuffarmi così di cibo?”. Trent’anni fa, due psicologi, Philip Brickman e Donald Campbell, svilupparono una teoria che denominarono “the hedonic treadmill”, o teoria dell’adattamento edonico, secondo cui le persone tendono a ricercare ciò che è nuovo e piacevole, diventandone, talvolta, dipendenti in misura più o meno importante. Secondo Donald Altman, psicoterapeuta e trainer in mindfulness, il cibo, in tal senso, rappresenta un innesco di tale circolo vizioso, rappresentando, non differentemente da abiti e gioielli, un qualcosa di nuovo ed in grado di dare piacere. Nelle persone che combattono con l’alimentazione incontrollata o che soffrono di alimentazione compulsiva (pensiamo al binge eating o alla bulimia), l’hedonic treadmill può essere facilmente amplificato da un errore cognitivo, secondo cui quel tipo di cibo -o il cibo in generale- ben presto finirà. È ciò che Donald Altman definisce “the scarcity treadmill”, o adattamento alla scarsità. Differentemente dall’hedonic treadmill, quello della scarsità è guidato non dal piacere, e dal bisogno di consumare quel cibo, ma dall’ansia e dalla preoccupazione, che si traducono, così, in una tendenza a “fare scorta” di quel cibo in grado di dare piacere, perché presto non ve ne sarà più possibilità. Ecco perché le regole di restrizione alimentare particolarmente rigide (es.: ‘da lunedì mi metto a dieta ed evito: dolci, fritture, etc etc…’, ‘non devo mai mangiare cibi non sani’) fanno in modo da creare un’ansia verso quei cibi e a farne scorpacciata per quanto tempo è possibile, ad ogni occasione possibile, oppure quando c’è un cedimento del proprio controllo (il weekend, una festa, le vacanze, un’indulgenza, lo stress, la tristezza, uno sgarro). Accade così che se cerco di evitare quel cibo, poi finirò proprio per abbuffarmi di esso…Ma questo è quel che accade anche quando vi sono delle offerte imperdibili al supermercato, che creano un’urgenza a comprare un determinato cibo…che poi va consumato! Anche quando non ne avevamo voglia o non ce n’era il bisogno. Come in una sorta di trance, guidati dal pilota automatico o dai fili dell’economia, abdichiamo al nostro libero arbitrio in fatto di alimentazione. La prossima volta che fai la spesa, guardati bene intorno. Prendi un momento per te stesso, non fare la spesa di corsa, non pensare che è in arrivo una carestia. Ascolta prima il tuo cuore e cerca di capire se quel cibo è proprio quello di cui hai bisogno, o se servirà solo per abbuffarsi, e se è davvero questo che vuoi (o se invece non è meglio provare a capire di cosa hai realmente bisogno, magari insieme ad un esperto).

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