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BINGE EATING: CIBO E DIPENDENZA

BINGE EATING: CIBO E DIPENDENZA
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Nelle persone affette da binge eating disorder il rapporto con il cibo non appare così differente, per lo meno in alcuni tratti, a quello delle persone tossicodipendenti con la sostanza. Ad esempio, in entrambi i casi c’è la mancanza di controllo, l’uso della sostanza per affrontare momenti particolarmente difficili, le ossessioni che limitano talvolta la vita sociale, il continuare a ricorrere al cibo o alla droga nonostante le ripercussioni negative sul corpo. Nella dipendenza da cibo che si incontra nel binge eating il cibo-sostanza diventa una stampella, un sostegno di fronte a cose particolarmente difficili da gestire, e di cui non ci si riesce a liberare. Come se l’unica via d’uscita da una giornata difficile, da una serata in solitudine, da un’angoscia o da una delusione, da un sentimento di malessere (ma può essere anche per gestire un’emozione positiva troppo violenta) sia ricorrere al cibo e ad abbuffarsi, così come la persona dipendente fa ricorso alla sostanza. Con la differenza che la sostanza è illecita, si hanno ben presenti i rischi connessi al suo abuso, non è socialmente accettabile, mentre il cibo è necessario, bisogna farne uso per sopravvivere, quindi è facile raccontarsi giustificazioni e storie per dare un senso a un comportamento scorretto e paradossale (”Da domani smetto”, “In fondo tutti scaricano sul cibo quando sono nervosi”) che in realtà sfugge poi al controllo e crea disagio.

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DISTURBI ALIMENTARI E FAMILIARI

DISTURBI ALIMENTARI E FAMILIARI
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I familiari sono, in genere, molto provati dai disturbi alimentari e quando entrano in terapia hanno compiuto molti sforzi nel tentativo di liberarsene e sembrano avere esaurito tutte le loro risorse. Oscillano tra il sentirsi in qualche modo responsabili (a volte sono stati biasimati da qualcun altro, professionisti compresi) e l’attribuire l’insorgenza dell’anoressia o bulimia ad eventi esterni, quali una dieta o una delusione amorosa. È importante concentrare l’attenzione e raccogliere informazioni sulla struttura della famiglia, sulla fase del ciclo vitale che sta attraversando, sui rapporti trans-generazionali e sul funzionamento della famiglia e dei suoi membri a diversi livelli (comportamentale, esperienziale e cognitivo), con particolare attenzione alle dinamiche familiari che ruotano intorno ad aree cruciali (conflitti, triangoli, confini, dipendenza-autonomia). Al disturbo alimentare viene frequentemente attribuito, sia dalla paziente che dai sui familiari, il significato di un difetto di volontà, un “vizio”, ascrivibile ad una sorta di debolezza psicologica tutta individuale. Attraverso un lavoro di esplorazione è possibile individuare le connessioni tra i disturbi alimentari, l’emergenza soggettiva e le interazioni familiari allo scopo di costruire una lettura plausibile, che restituisca comprensibilità a ciò che appare incomprensibile o relegato nei confini angusti di una debolezza individuale.

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ANORESSIA E RIFLESSIONI

ANORESSIA E RIFLESSIONI
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Condivido oggi una riflessione su anoressia e disturbi dell’alimentazione del collega dottor Mugnani:

“Oggi essere una donna sembra essere diventato un motivo di imbarazzo. Avere un corpo di donna, con curve femminili, con il ciclo mestruale e con le emozioni tipiche della psicologia femminile, è qualcosa di cui tante ragazze e tante donne adulte hanno paura e vergogna. E per questo cancellano, anche con l’anoressia e la bulimia, ciò che in loro c’è di femminile: il corpo, le forme, il ciclo, le emozioni. L’anoressia è oggi l’emblema di questa paura e di questa fuga dalla propria identità femminile, perché l’ideale anoressico punta proprio a questa cancellazione del corpo e della natura. Si badi bene che l’obiettivo anoressico non è perdere chili, ma pesare zero, cioè non avere più nessun corpo, dove ovviamente il vero problema non è il peso del corpo, ma il peso dell’identità individuale, dunque il peso della storia, dei traumi e dei desideri che abitano quel corpo. Dunque il corpo che un tempo era il luogo del piacere e delle emozioni, oggi è diventato il luogo della colpa, delle fobie, delle ossessioni, dell’anestesia emotiva dettata dai sintomi contemporanei. Una paura dunque del corpo e di conseguenza del cibo. Siamo davanti a quella che io chiamo: Generazione “ZERO %”, in cui bevande e cibi sono tutti contraddistinti dallo ZERO: zero zuccheri, zero calorie, zero grassi. Cibi che vengono amati non per gli ingredienti che contengono, ma per quello che in essi manca. Anche qui ci troviamo davanti le stesse paure e lo stesso culto per la sottrazione e la mancanza. Come quando una ragazza anoressica si guarda allo specchio e gioisce non per ciò che vede, ma per ciò che manca: chili, forme, curve, ciclo. L’anoressia però non è solo un problema di adolescenti che non mangiano o che vomitano per perdere peso; il problema è che oggi si è diffuso un sistema nei mass-media, nella moda, nella pubblicità, e nella cultura in genere, animato da una tendenza anoressica a cancellare la natura femminile, a defemminilizzare la donna. Dunque a mostrare il corpo femminile come un problema, che per andare bene richiede delle correzioni. “Essere femminile” sembra diventata una malattia da curare. “La donna” e il corpo femminile sono diventati oggetti di marketing, modellati da numeri e leggi di mercato. E anoressia e bulimia vanno lette anche come fenomeni di obbedienza patologica verso questo sistema culturale. Curare, prevenire o guarire l’anoressia, passa dunque anche attraverso una operazione culturale di riappropriazione di quella parte di sé che fino al giorno prima veniva avvertita come qualcosa “di troppo”, di eccessivo, di patologico, da dover togliere. Re-imparando dunque a gioire non dello ZERO e delle perdite, ma delle conquiste.” (copyright Matteo Mugnani)

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