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IL COMPITO DELLA TERAPIA NEI DISTURBI ALIMENTARI

IL COMPITO DELLA TERAPIA NEI DISTURBI ALIMENTARI
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Anoressia, bulimia e alimentazione incontrollata: disturbi nel concetto di sé e nel modo di percepire e concettualizzare le esperienze giocano un ruolo di primo piano nella malattia. Queste persone, soffrendo di una profonda insoddisfazione nei confronti di se stesse e della loro vita, trasferiscono tale insoddisfazione sul proprio corpo. Il corpo viene allora trattato come un qualcosa di estraneo che bisogna proteggere dal pericolo di diventare “grasso” (o di perdere il grasso nel caso del binge eating disorder), cosa che questi soggetti ottengono attraverso una disciplina eccessiva e un superautocontrollo (o viceversa una totale mancanza di controllo e una vita fatta di sensi di colpa). L’espressione del disagio si manifesta con l’inaccuratezza della percezione e del controllo delle sensazioni corporee, la confusione circa i propri stati emozionali e una grande paura della disapprovazione sociale e del giudizio. La ricerca accanita della magrezza o il rifugio dietro al grasso possono essere visti come il tentativo di camuffare i problemi sottostanti.

Lavorando con queste persone, ho ricavato l’impressione che la loro vita si basi su alcuni falsi concetti che bisogna rendere espliciti e correggere in psicoterapia. Nel profondo, ogni individuo con un disturbo alimentare è convinto di essere fondamentalmente inadeguato, di poco valore, mediocre, inferiore e disprezzato dagli altri, mentre all’esterno possono mostrare una facciata di perfezione apparente. Vive in un mondo immaginario assunto come reale, dove avverte che la gente intorno a lui, dalla famiglia al lavoro, lo guarda dall’alto in basso con disapprovazione, pronta a criticarlo appena possibile. Tutti i suoi sforzi, il suo lottare per raggiungere una magrezza eccessiva o il suo rimanere nascosti dietro strati di ciccia o dietro la “consolazione” del cibo, sono diretti a mantenere nascosta la pecca fatale della sua fondamentale inadeguatezza e la sua insoddisfazione generale.

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UN CASO DI ANORESSIA E BULIMIA

UN CASO DI ANORESSIA E BULIMIA
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Oggi voglio riportare un esempio di un pezzo di percorso terapeutico fatto con una mia paziente con un problema di anoressia con vomito. Ad un certo punto durante una seduta, le chiedo di immaginare che ci incontriamo oggi per la prima volta e di raccontarsi per come vorrebbe essere: vorrebbe tornare indietro ed essere se stessa, non come gli altri la vogliono. Cosa lo impedisce? Il peso del passato, ciò che gli altri si aspettano. Sottolineo il valore della narrativa: lei può riscrivere una nuova storia, raccontarsi una nuova versione di sé e della sua vita, è lei che ha in mano la penna e davanti un libro su cui scrivere.

La sua famiglia sembra in effetti un castello fortificato: lei non sa più uscirne o forse non vuole, è una prigione che lei stessa si è costruita. F. chiede come può trovare il modo di uscire, dico che deve volerlo trovare. Lei rimugina sul passato, “ormai ho perso tanti anni, i più belli”. Commento che può scrivere una nuova storia a partire da ora, se continua a rimpiangere il passato è una scusa per rimanere lì incatenata. F. in effetti paragona la sua vita ad una catena: tanti anelli si aggiungono negli anni (ad esempio la gestione della spesa e della cucina, il senso di tristezza, di angoscia e insoddisfazione). Rimando che in fondo lei ha potere, possibilità di romperli, ma non vuole: cosa lo impedisce? Restituisco la mia sensazione di sentirmi divisa in due, scissa: una parte sa che F. può uscire dalla situazione e guarire, l’altra parte non ci crede, pensa che siamo qui solo a perdere tempo, vorrebbe gettare la spugna, e crede che in fondo F. così ci sta bene. Forse anche lei è divisa così, quale parte vuol far vincere? F. risponde che in questa situazione non sta bene, ma ha paura.

All’incontro successivo le chiedo se ha pensato alle cose che ci siamo dette la volta scorsa. Dice di sì, deve trovare la motivazione a guarire dentro di lei, non in cose esterne, ma per lei è difficile, “se dovessi guarire per me…”. Per chi allora, le chiedo? Sì, per sé, ma non trova fiducia, anche i genitori sono ormai arresi e questo la fa soffrire, assorbe da loro questa arrendevolezza. Osservo che se viene qui forse un po’ ci crede. In realtà afferma che viene proprio per trovare la motivazione e la forza, per tenere acceso il lumicino di speranza.

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DISTURBI ALIMENTARI E NATALE: CONSIGLI PER L’USO

DISTURBI ALIMENTARI E NATALE: CONSIGLI PER L’USO
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Natale: tempo di gioia, di festa, di regali, di addobbi, di calore, e di tanto cibo!! Occasione per ritrovarsi a festeggiare e stare insieme, e per mangiare piatti luculliani! Per chi soffre di un disturbo alimentare, che esso sia anoressia, bulimia, binge, abbuffate o obesità, questo tempo natalizio può trasformarsi in un vero inferno…che non si vede l’ora che passi e finisca al più presto, che rimane come un ricordo doloroso di questo anno, che si riempie di bugie, tensioni, liti e rabbia, che genera infiniti sensi di colpa e sofferenza! Se si ha un Dca, il Natale può essere terrorizzante e angosciante: l’idea di dover fingere di essere felici, di dover ostentare falsi sorrisi, desiderando soltanto scappare lontano, da qualche altra parte, e invece essere costretti a stare lì, davanti a una tavola che fa tremare (per tanti motivi diversi, a seconda del sintomo), a un cibo temuto, amato/odiato, insieme a persone che spesso fanno paura anche loro e non possono capire, non ne sanno niente della vostra personale sofferenza.

Una persona che ha un Disturbo Alimentare non “guarisce” perché è Natale, anzi, per Natale avrà ancora più problemi col cibo e con le persone che la circondano, che spesso fanno osservazioni inopportune, sull’aspetto fisico, sul comportamento alimentare, e fanno montare una tale rabbia, da far diventare ancor più difficile se non impossibile la gestione di questa giornata e di tutto ciò che comporta. E poi domani è Santo Stefano, e magari è previsto un altro super pranzo, e dopo ci sarà Capodanno e il cenone, e i pensieri ansiogeni e stressanti si susseguono veloci e pesanti come le portate…

Un consiglio è quello di comunicare le vostre emozioni, i vostri sentimenti e i vostri pensieri. Non tenetevi dentro le cose che vi fanno stare male. Parlatene con qualcuno di cui avete fiducia, mandatemi una mail (info@spazioaiuto.it). Buttare fuori le emozioni significa non inchiodarle più sul corpo o non riversarle sul cibo, mangiando come antidoto all’ansia…Parlate di quelli che sono i problemi, le difficoltà e le ansie legate al Natale, affinché l’altro possa supportarvi e darvi consigli  su come relazionarvi al cibo e ai familiari in questa situazione, senza bisogno di ricorrere a modalità distruttive come quelle legate al sintomo alimentare.

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