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TEST SULLA PATOLOGIA ALIMENTARE

TEST SULLA PATOLOGIA ALIMENTARE
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Secondo il seguente test ideato da Steve Bratman, una risposta affermativa a più di quattro domande classifica il soggetto all’inizio della patologia alimentare, sino a un livello maniacale nel caso di tutte le risposte positive:

  1. Spendi più di 3 ore al giorno riflettendo sulla tua alimentazione?

  2. Pianifichi i tuoi pasti diversi giorni prima?

  3. La possibilità che i cibi che assumi ti facciano ingrassare è sempre più importante del piacere di mangiarli?

  4. Lo stato di ansia nella tua vita è aumentata da quando hai riflettuto sulla tua alimentazione?

  5. Sei diventato più severo con te stesso nei confronti del tuo comportamento quotidiano e alimentare?

  6. La tua autostima aumenta quando ti alimenti in modo corretto?

  7. Hai eliminato radicalmente diversi cibi che ti piacevano in favore di cibi più salutari e meno ingrassanti?

  8. Ti riesce più difficile mangiare fuori casa, in ristoranti diversi?

  9. Ti senti in colpa quando non mangi in modo corretto?

  10. Ti senti in pace con te stesso e in pieno controllo quando mangi in modo corretto e secondo i tuoi piani?

Anche una risposta affermativa a solo una o due domande può essere però il campanello d’allarme di un problema che sta per nascere e che potrebbe diventare più grave, suggerendo quindi un intervento per bloccarlo sul nascere!

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GENETICA E MAGREZZA

GENETICA E MAGREZZA
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INFLUENZA GENETICA E AMBIENTALE SULL’IDEALE DELLA MAGREZZA

Studio pubblicato su ‘International Journal of Eating Disorder’ (Dicembre 2012)

Uno studio sui gemelli rivela come i fattori genetici rendono alcune ragazze più inclini ad acquistare fascino nella società con la magrezza – e quindi più a rischio di sviluppare disturbi alimentari.

PROBLEMA: Spesso (giustamente) incolpiamo i media e i comportamenti sociali generali per la prevalenza dei disturbi alimentari nella cultura occidentale. Ma perché alcune donne sottoscrivono fortemente l’ideale di magrezza approvato da fotografi e celebrità sottili come bastoni – il primo passo lungo il sentiero di insoddisfazione del corpo e la possibilità finale di sviluppare l’anoressia, la bulimia, o solo una preoccupazione morbosa verso il peso – mentre altre sembrano immuni?

METODOLOGIA: Al fine di analizzare i ruoli di fattori genetici e ambientali nella interiorizzazione di questi atteggiamenti, i ricercatori hanno intervistato più di 300 gemelli di sesso femminile, di età compresa da 12 a 22 anni, e utilizzato una scala standardizzata per determinare il grado in cui ogni ragazza desiderava assomigliare a persone provenienti da riviste, film e televisione. Poi, con il controllo per età e indice di massa corporea, hanno confrontato i geneticamente identici, i gemelli monozigoti, ai gemelli dizigoti, che condividono solo la metà dei loro geni.

RISULTATI: I gemelli identici erano più simili l’uno all’altro nella loro interiorizzazione dell’ideale di magrezza di quanto lo fossero i gemelli fraterni, ma tutte le coppie di fratelli, pur crescendo in ambienti simili, differivano tra loro per la misura in cui essi desideravano la magrezza.

CONCLUSIONE: Oltre il 40 per cento del desiderio di essere magro può essere attribuito alla genetica. Fattori ambientali generali non hanno alcun effetto misurabile sulla interiorizzazione dell’ideale della magrezza, ma i fattori ambientali non condivisi – quelli che ogni fratello vive individualmente – lo influenzano in maniera significativa.

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RIFLESSIONI SUI DISTURBI ALIMENTARI

RIFLESSIONI SUI DISTURBI ALIMENTARI
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I disturbi del comportamento alimentare sono intesi come disturbo nel modo di relazionarsi e di percepire Sé e l’Altro nella relazione; i sintomi, tutto sommato abbastanza stereotipati, a prima vista potrebbero sembrare corrispondere a meccanismi etiopatogenetici semplici e sempre uguali, ma dietro questa apparente semplicità, si ritrovano invece grandi diversità e complessità, della genesi e delle strutture di personalità; ci sono storie uniche ed irripetibili. Bisogna superare i protocolli e guardare la clinica e la necessità di ogni paziente. Questo è totalmente valido in psicoterapia e chiudere in etichette a-prioristiche le persone è scientificamente ridicolo e clinicamente iatrogeno.

Incastonati all’interno di storie e relazioni sempre differenti, l’identica e mimetica espressione sintomatica assume tanti significati/significanti quanto sono i protagonisti di ogni storia. Io trovo clinicamente utile e terapeuticamente fecondo leggere il sintomo come espressione di una dinamica interna tra persona e gruppo familiare; la dimensione del legame familiare viene intesa sia come famiglia esterna con le sue regole e i suoi bisogni sia come famiglia interna, campo psichico e modalità relazionali interiorizzate. È in questo terreno che si può attuare un processo conoscitivo/trasformativo dove si riconosce il proprio esser soggetto attivo nella relazione continua con l’altro. Il disturbo esprime la difficoltà o l’impossibilità di apertura all’alterità, all’ignoto, al futuro; non è possibile accedere ad una discontinuità col proprio mondo familiare: il soggetto resta fedele ad un’immagine di sé e alle modalità relazionali anche se risultano conflittuali, pena la perdita del senso di sé. Il sintomo è l’espressione di questa impossibilità ad accedere alla propria autenticità, e diviene una pseudosoluzione, una pseudoindividuazione: garante di un’identità fragile, elemento di contenimento, di chiusura ma anche di protezione del sé, spazio di autonomia, di differenziazione da uno spazio familiare vissuto come invasivo. Il sintomo come espressione di dolore, disagio ma anche conquista di uno spazio per sé, seppure in forma patologica come nucleo di impensabilità. Le pazienti attraverso il sintomo soddisfano il bisogno di riconoscimento, sintomo che viene perciò fortemente difeso. Il dolore è tutto racchiuso nel corpo che diviene espressione del conflitto. Il cibo sostituisce l’altro e le emozioni impossibili da controllare lasciano spazio al cibo e al corpo nell’illusione di poter controllare se stessi e il mondo. Il disturbo si gioca nell’agire nel corpo e sul corpo: vi è una forte difficoltà a mentalizzare, tutto viene ridotto ad un impulso ossessivo-compulsivo che satura la mente ed agisce sul corpo; vi è quindi una straordinaria pretesa della mente nei confronti del corpo, di non riconoscerlo come realtà, di negarne la sua consistenza fisica. Le pazienti con disturbi del comportamento alimentare incluse narcisisticamente nei bisogni dei genitori, caricate spesso da ideali troppo opprimenti, imparano ad ‘esistere’ in una dimensione di compiacenza, di dipendenza; subordinano il proprio Sé agli altri, diventa fondamentale l’approvazione, e diventa difficile percepire e riconoscere le proprie sensazioni e i propri bisogni.

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