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CURARE I DISTURBI ALIMENTARI

CURARE I DISTURBI ALIMENTARI
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Come curare i disturbi alimentari? Come uscire da anoressia, bulimia e alimentazione incontrollata? Vediamo di capire…

La prima funzione dell’anoressia è l’espressione del sentimento di disvalore che la paziente sperimenta, e insieme la difesa che essa adotta contro l’onda crescente della sua sofferenza, che minaccia di sommergerla e che lei tiene a bada con il digiuno e il sentimento di lucidità e potenza che gliene deriva. Allorché il desiderio di potere fallisce nelle relazioni, la persona con disturbo alimentare va alla ricerca compensatoria di un potere nella relazione con il proprio corpo. La malattia è quindi una reazione difensiva.

La seconda funzione dell’anoressia è tipica della fase cronica, nella quale il soggetto precipita in una condizione di stallo. È l’esperienza di un’enorme capacità di controllo sull’ambiente (e in particolare sui genitori), acquistata attraverso l’accanimento nel protrarre le restrizioni alimentari e il dimagramento. Nei disturbi alimentari come bulimia e alimentazione incontrollata, invece, il sintomo diviene esperienza di una mancanza totale di controllo su di sé, ma nello stesso tempo unica fonte apparente di piacere.

L’obiettivo di fondo del trattamento è far evolvere la paziente da una condizione di impotenza e di confusione, in cui manifesta solo attraverso il sintomo la sofferenza che le proviene dalla posizione esistenziale insostenibile in cui è venuta a trovarsi, verso un’apertura al capire quanto è accaduto agli altri e a se stessa. Si tratta, cioè, di aiutarla a identificare i propri bisogni, a divenire protagonista consapevole delle vicende che hanno caratterizzato la sua storia personale, sostenendola a esprimere, nell’interazione con le figure significative della sua vita, le proprie richieste e le proprie critiche con un rinnovato sentimento del proprio diritto e valore.

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GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE

GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE
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“Un’operazione che si verifica due o tre volte al giorno, e serve ad alimentare la vita, merita certamente le nostre cure. Mangiare un frutto significa far entrare in noi una cosa viva, bella, come noi nutrita e favorita dalla terra; significa consumare un sacrificio nel quale preferiamo noi stessi alla materia inanimata. Non ho mai affondato i denti nella pagnotta delle caserme senza meravigliarmi che quella miscela rozza e pesante sapesse mutarsi in sangue, in calore, fors’anche in coraggio. Ah, perché il mio spirito, nei suoi giorni migliori, non possiede che una parte dei poteri di assimilazione di un corpo?”

(M. Yourcenar – Memorie di Adriano)

Quando ci troviamo di fronte ad una persona con disturbo alimentare, tutte le conoscenze teoriche circa le patologie alimentari si sgretolano a contatto con la drammatica realtà. Un conto è raccogliere informazioni sul problema attraverso internet e la televisione, un altro è averlo in casa, a portata di mano e viverlo quotidianamente. A quel punto si è travolti dai dubbi: sono veramente malata? Di chi è la responsabilità? Che fare? Come agire? Come guarire? Prima vengono i “perché”, poi i “come”. Prima ci si chiede perché è successo, quali sono le cause che hanno generato il problema, ma quasi subito si passa alla ricerca del rimedio. A volte però, i perché diventano un’ossessione e distolgono dal come, cioè dalla messa a punto di strategie di intervento. Intanto, si perde tempo prezioso e la patologia si cronicizza. Ai dubbi, alle angosce, alle domande, alla mancanza di speranza di chi vive vicino a o con un Disturbo del Comportamento Alimentare , io spero che il mio lavoro possa dare risposte esaurienti.

 

 

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GUARIRE DA ANORESSIA E BULIMIA

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“Io voglio che qualcuno mi dica che aumentare di peso non metterà a posto ogni cosa”, “Mi dicevano sempre ‘mangia!’ Come se guadagnare cinque chili potesse essere la soluzione dei miei problemi. Non lo è. È risolvere i miei problemi che mi farà mangiare”: alcuni trattamenti terapeutici possono consistere nell’indurre a mangiare, oppure pongono l’accento sulla psicoterapia, la quale però non arriva mai alle questioni decisive di fondo. Esistono poche condizioni morbose in cui i risultati ottenuti sono così strettamente legati alla pertinenza dell’impostazione terapeutica. C’è da domandarsi che cosa sia andato storto nei tentativi di cura falliti o che cosa sia stato trascurato.

Un’importante fonte di errore è quella di aver concentrato l’attenzione su un qualche aspetto isolato, oppure lo sforzo principale è stato diretto a correggere il peso, mentre i problemi di fondo non sono stati toccati. Scopo della terapia dovrebbe essere quello di aiutare le anoressiche o bulimiche a sviluppare un concetto valido di sé e la capacità di agire secondo direttive autonome. Compito del terapeuta è aiutare le pazienti a scoprire le loro capacità e risorse di pensare, giudicare, sentire, al di là di una concentrazione ossessiva sul corpo, sull’aspetto fisico e sul cibo. Ciò che veramente le turba è che non sanno nemmeno che cosa spettarsi dalla vita o che cosa le renderebbe felici. E così arriva questa malattia e il pensiero del cibo mette tutto il resto in ombra. Alcune hanno l’impressione che l’affamarsi o il riempirsi fino a scoppiare renda la vita più facile, perché sono contente di sé per il solo fatto di riuscirvi o per il fatto di sentirsi piene di qualcosa che lì per lì sembra dare il piacere tanto desiderato. Per un breve tempo ci si sente come se tutta la pressione si fosse allentata. Infatti, mangiare qualunque cosa sconvolge, perché l’orgoglio di dimagrire sembra rassicurare che tutto andrà bene. Sono tanto fiere della loro magrezza da avervi sacrificato ogni altra cosa. Per guarire, devono rinunciare a questo orgoglio innaturale per una cosa che non serve a nulla!

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