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GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE

GIORNATA MONDIALE DELL’ALIMENTAZIONE
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“Un’operazione che si verifica due o tre volte al giorno, e serve ad alimentare la vita, merita certamente le nostre cure. Mangiare un frutto significa far entrare in noi una cosa viva, bella, come noi nutrita e favorita dalla terra; significa consumare un sacrificio nel quale preferiamo noi stessi alla materia inanimata. Non ho mai affondato i denti nella pagnotta delle caserme senza meravigliarmi che quella miscela rozza e pesante sapesse mutarsi in sangue, in calore, fors’anche in coraggio. Ah, perché il mio spirito, nei suoi giorni migliori, non possiede che una parte dei poteri di assimilazione di un corpo?”

(M. Yourcenar – Memorie di Adriano)

Quando ci troviamo di fronte ad una persona con disturbo alimentare, tutte le conoscenze teoriche circa le patologie alimentari si sgretolano a contatto con la drammatica realtà. Un conto è raccogliere informazioni sul problema attraverso internet e la televisione, un altro è averlo in casa, a portata di mano e viverlo quotidianamente. A quel punto si è travolti dai dubbi: sono veramente malata? Di chi è la responsabilità? Che fare? Come agire? Come guarire? Prima vengono i “perché”, poi i “come”. Prima ci si chiede perché è successo, quali sono le cause che hanno generato il problema, ma quasi subito si passa alla ricerca del rimedio. A volte però, i perché diventano un’ossessione e distolgono dal come, cioè dalla messa a punto di strategie di intervento. Intanto, si perde tempo prezioso e la patologia si cronicizza. Ai dubbi, alle angosce, alle domande, alla mancanza di speranza di chi vive vicino a o con un Disturbo del Comportamento Alimentare , io spero che il mio lavoro possa dare risposte esaurienti.

 

 

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GUARIRE DA ANORESSIA E BULIMIA

GUARIRE DA ANORESSIA E BULIMIA
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“Io voglio che qualcuno mi dica che aumentare di peso non metterà a posto ogni cosa”, “Mi dicevano sempre ‘mangia!’ Come se guadagnare cinque chili potesse essere la soluzione dei miei problemi. Non lo è. È risolvere i miei problemi che mi farà mangiare”: alcuni trattamenti terapeutici possono consistere nell’indurre a mangiare, oppure pongono l’accento sulla psicoterapia, la quale però non arriva mai alle questioni decisive di fondo. Esistono poche condizioni morbose in cui i risultati ottenuti sono così strettamente legati alla pertinenza dell’impostazione terapeutica. C’è da domandarsi che cosa sia andato storto nei tentativi di cura falliti o che cosa sia stato trascurato.

Un’importante fonte di errore è quella di aver concentrato l’attenzione su un qualche aspetto isolato, oppure lo sforzo principale è stato diretto a correggere il peso, mentre i problemi di fondo non sono stati toccati. Scopo della terapia dovrebbe essere quello di aiutare le anoressiche o bulimiche a sviluppare un concetto valido di sé e la capacità di agire secondo direttive autonome. Compito del terapeuta è aiutare le pazienti a scoprire le loro capacità e risorse di pensare, giudicare, sentire, al di là di una concentrazione ossessiva sul corpo, sull’aspetto fisico e sul cibo. Ciò che veramente le turba è che non sanno nemmeno che cosa spettarsi dalla vita o che cosa le renderebbe felici. E così arriva questa malattia e il pensiero del cibo mette tutto il resto in ombra. Alcune hanno l’impressione che l’affamarsi o il riempirsi fino a scoppiare renda la vita più facile, perché sono contente di sé per il solo fatto di riuscirvi o per il fatto di sentirsi piene di qualcosa che lì per lì sembra dare il piacere tanto desiderato. Per un breve tempo ci si sente come se tutta la pressione si fosse allentata. Infatti, mangiare qualunque cosa sconvolge, perché l’orgoglio di dimagrire sembra rassicurare che tutto andrà bene. Sono tanto fiere della loro magrezza da avervi sacrificato ogni altra cosa. Per guarire, devono rinunciare a questo orgoglio innaturale per una cosa che non serve a nulla!

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ASPETTO E IDENTITA’

ASPETTO E IDENTITA’
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Le persone tendono a far dipendere la stima di sé dal corpo e dall’insoddisfazione per il peso o per le sue forme. In realtà il senso di inadeguatezza promana dal corpo (inteso in senso fisico) ma spesso non lo riguarda: il problema non sta “nel” corpo, quanto nella sua controparte psicologica, le rappresentazioni o immagini attraverso le quali la persona valuta se stessa e attribuisce un significato (negativo) alla propria apparenza fisica, di qui l’incertezza per il proprio senso dell’identità e valore.

 

Pur così diverse tra loro, la condizione anoressica e bulimica condividono la stessa posta in gioco: la bilancia come prova del valore di sé. Immagine da contemplare o più spesso da temere, l’aspetto rappresenta in questi casi (e non solo in questi) la carta di credito con cui ci si propone al giudizio dell’altro, il più severo dei quali è quell’altro se stesso che con voce critica e disapprovante sabota ogni tentativo di serena accettazione di sé. Ma come può nascere in certe persone l’idea angosciosa che il proprio corpo sia “sbagliato”?E come è possibile continuare a crederlo anche se, a detta di altri, è perfetto? Aspetto e immagine di sé in molti casi divaricano drammaticamente, e la percezione soggettiva prevale e cancella ogni evidenza contraria. Il problema non sta nel corpo, quanto piuttosto nella conflittualità che la persona intrattiene con le varie rappresentazioni e vissuti del proprio sé fisico. Non conosciamo il corpo solo per via dei sensi, ma per mezzo della facoltà d’intendere che è in noi, non per il fatto che lo vediamo e lo tocchiamo, ma per la costruzione complessa che ne fa la mente. Concorrono a dar forma al sentimento per il corpo (visto che di sentimento si tratta più che di un’idea, proprio o improprio che sia) importanti processi di mediazione emotiva, cognitiva, simbolico-culturale.

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