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ABBUFFATA

ABBUFFATA
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Innanzitutto ringrazio una delle ‘mie’ prezioze ragazze a distanza per avermi offerto e prestato queste parole e questa testimonianza che rende alla prefezione e descrive in modo eclatante i meccanismi e i pensieri di un’abbuffata. Lo condivido con l’augurio che davvero dopo un lavoro terapeutico possiate dire “da domani basta”.

Abbuffata. Sì esatto. Mi sono abbuffata anche oggi. Come sempre. Nonostante tutto, nonostante i buoni propositi mi sono abbuffata. Ho ingurgitato di tutto: pizza, schiacciata, gelato, biscotti, nutella…potrei iniziare a autogiustificarmi per calmare i sensi di colpa dicendomi che è colpa dello stress, della scuola, degli amici, della giornataccia che ho passato e cose varie. Ma non è così. So che non è così. É inutile girarci intorno.

Se si cerca su internet “bulimia” troviamo 1.000.000 di risultati che spiegano che uno si abbuffa per varie cause tra cui stress, insoddisfazione, depressione, tristezza, rabbia… qualcuno ci infila pure la noia…per me queste sono solo stronzate dette da psicologi laureati per spiegare un comportamento fuori dalla loro comprensione, un comportamento che non si può capire se non si è provato sulla propria pelle. Nessuno parla mai delle dinamiche dell’abbuffata.  Il giorno prima ti abbuffi a pranzo, e continui per troppo tempo.  Beh, ti dici che è domenica e che è normale mangiare tanto e che domani è lunedì e ripartirai daccapo. Nuova settimana, nuova vita. Dieta e digiuno e riuscirai a dimagrire. Perfetto. Il tuo piano di dimagrimento è chiarissimo nella tua testa. A cena mangi poco, o almeno ci provi. Anche se poi dopo cena finisci per abbuffarti di nuovo, ma tanto ti ripeti che domani smetti e ti dici che un ultimo sgarro ci sta. tutto entro mezzanotte. Perché da mezzanotte per te inizia il dimagrimento. E già guardandoti allo specchio ti vedi più magra e bella, come se pur essendo passato un solo minuto in cui non hai ingurgitato nulla fossi dimagrita.

La mattina ti svegli e tua mamma arriva con un pacco intero di biscotti e ti dice “mangia” e tu fai finta, fai un po’ di rumore col sacchetto quando tua madre si avvicina e non tocchi cibo. Ti senti così forte e bella. Ti guardi allo specchio e vedi tutto il tuo autocontrollo riflesso in un corpo che non ti fa più così tanto schifo. Durante tutte le ore di scuola il tuo cervello lavora instancabile pensando ai modi migliori per saltare i pasti, per non far notare agli altri il tuo dimagrimento. Te ne sbatti della lezione, del prof che spiega perché devi pensare al cibo. A come evitarlo e a come bruciare più calorie possibili. le idee fioccano nella tua mente contorta e ti senti invincibile.  Pianifichi tutto. Nei minimi dettagli. Pianificazione. Controllo. Perfezione. A ricreazione stai tutto il tempo fuori a fumare. Beh, il fumo fa passare il senso di fame giusto? 1, 2, 3, 4 sigarette una dietro l’altra, senza nemmeno sentirne il sapore. Mentre gli altri chiacchierano e si fumano la loro unica sigaretta te le fumi tutte nel tuo angoletto, persa tra i tuoi malati e contorti pensieri. Ogni tanto ridi alle battute altrui per non fare la figura della stramba asociale, ma la tua mente è lontana anni luce dai discorsi dei tuoi amici basati su calcio, sesso, festini, alcool, e ancora sesso. Continui la mattinata e te ne freghi della scuola. dei compagni, dei prof. Te ne freghi di avere una buona media e restare in pari con lo studio. Hai un solo pensiero in testa. Il tuo chiodo fisso che martella incessante nel tuo cervello. Dimagrire e digiunare. Essere perfetta e magrissima. Non riesci a pensare a altro. Guardi le tue compagne a ginnastica mentre corrono e le invidi per quanto sono magre e belle, le gambe filiformi, la pancia piatta, le ossa in bella mostra, senza un filo di grasso. Che invece abbonda sulle tue gambe, sul tuo culo lardoso, sulle tue braccia, su quella cosa orrenda che chiami pancia. Dappertutto sei piena di grasso. Schifoso lurido grasso. E te come una cogliona ti giustifichi a ginnastica nonostante abbia portato sia i pantaloni che le scarpe perché ti senti un bue a correre, una specie di lottatore di sumo, fiacco, impacciato e grondante di grasso. Alla prof dici che ti giustifichi perché non ti senti bene. Beh, non è così lontano dalla realtà. Infatti io NON sto bene. Per niente.

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PAROLE DI ANORESSICA

PAROLE DI ANORESSICA
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A me non è stata offerta una scelta, non mi sono stati detti i rischi che correvo, nessuno mi ha fermato quando ancora ero in tempo per tornare indietro, non mi ha detto nessuno che è un inferno schifoso da cui non uscirai mai. Un tunnel senza fine. Buio e oscuro. Senza via d’uscita. Ci sono finita dentro quasi per caso, senza sapere a cosa andavo incontro, non avevo idea dei rischi che avrei corso, non sapevo che una volta entrata in questo mondo non ne sarei più potuta uscire. Non avrei mai immaginato di avere paura del cibo, di piangere davanti a una tavola imbandita, oppure di strafogarmi di ogni cosa, per poi finire sul cesso. Io a vomitare, io che da piccina mi faceva schifo solo l’odore del vomito.. io ad avere paura del mio riflesso e ad essere schifata letteralmente da me stessa, mentre da piccola mi adoravo coi miei chiletti in più…voglio di nuovo l’innocenza di una bambina. E l’amore per me stessa.

Eppure l’anoressia, nel soggetto malato, crea sicurezza, quasi come un rifugio dove tutto è sotto controllo. Il controllo… già, è tutta questione di controllo, ti pare di avere il controllo su tutto e su tutti, il sintomo ti infonde l’idea che non può mai capitare qualcosa di brutto e di bello, perché tutto è programmato accuratamente, dal modo in cui passare le giornate, al tempo per svolgere determinate azioni, a cosa mangiare e no. Quando riesci a crearti questa armonia che pare quasi fantastica, perdi del tutto la coscienza che il mondo muta, che è in pieno cambiamento, sei solo tu che rimani indietro, in una sfera temporale bloccata al solito tram tram giornaliero. Ti pare tutto normale, tutto calmo, in fondo riesci a seguire i tuoi schemi, e scompare la voglia di “trasgredire” perché nel sintomo ti senti sicura. Ti senti forte e giusta, ti senti onnipotente. Ma più forte di chi, io mi chiedo? è vero, la malattia mi dava sicurezza in molte occasioni, anche a scuola, pensavo che i voti belli arrivassero solo perché io potevo controllare il mio corpo e le mie esigenze, ovvero, non le prendevo in considerazione. Mi alimentavano solo quei voti alti che raggiungevo nelle verifiche e nelle interrogazioni, e più andavo su, più il mio umore e la mia malattia peggiorava. Già, sembra un controsenso. Quei voti in realtà non mi facevano né caldo né freddo, il controllo sul cibo mi dava molta più estasi e inganno di primeggiare.

Sto cercando di cambiare mentalità. Di mettere al primo posto le mie esigenze e la mia salute, il resto viene dopo. Voglio imparare a volermi bene.

 

 

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DIETRO AL DISTURBO ALIMENTARE

DIETRO AL DISTURBO ALIMENTARE
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Il disturbo alimentare altro non è che il fenomeno periferico di un disturbo della relazione dietro il quale si nasconde un importante problema psicologico. Infatti, nella mente del ragazzo o della ragazza con disturbi alimentari, l’oggetto-cibo ha preso il posto di un Tu di riferimento umano. L’oggetto-cibo è controllabile, non abbandona, non tradisce, non castra, non delude. Per conquistarlo basta infilare la testa prima nel frigorifero e poi nel cesso oppure fare come se il cibo non esistesse e la persona vive un surreale ed intenso momento di onnipotenza. Nell’esistenza di un malato di Dca il cibo occupa una funzione centrale, irreale, magica. Cibo: amato, odiato, onnipresente, centro di vita; di una vita ammalata. Cibo: oggetto di lussuria, specchio di narcisismo, metro di potenza del proprio sé e dell’attenzione che l’individuo riesce a suscitare nel prossimo. Controllo sul cibo equivale, nel bene e nel male, in politica come nelle relazioni umane, a controllo del proprio campo di dominio. Una persona con disturbo alimentare è un “diverso”. A volte è solo lei a sapere della sua “diversità” e ciò da un lato le conferisce un enorme senso di potenza (“…solo con la mia malattia sono importante, sono qualcuno. Senza di essa sarei nessuno, sarei come tutti!”). Ma, prima o poi, la “diversità” diventa palese. In fondo, il fine ultimo dell’essere “diversi”, è proprio quello di farsi riconoscere come tali (sennò, il sintomo che scopo avrebbe?).

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