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LA VOCE DELL’ANORESSIA

LA VOCE DELL’ANORESSIA
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La voce dell’anoressia è un po’ come la voce del critico interiore che ogni qualsiasi persona possiede – quella vocina che ci rimprovera ogni volta che facciamo qualcosa di sbagliato. La differenza è che la voce dell’anoressia non si limita soltanto a criticare, ma prova ad offrire una soluzione. L’anoressia offre infatti la possibilità di espletare una trasformazione. Ben presto la voce dell’anoressia diventa, allo stesso tempo, la “brava ragazza” e la “cattiva ragazza”. Entrambe le tattiche sono ben note a chiunque abbia intenzione di mandare in pezzi volontà e corpo.
La “brava ragazza” offre potere, forza, controllo, superiorità, e soddisfazione. Queste sono le promesse che l’anoressia fa, anche se alla fine tutto quello che porterà sarà la sconfitta su tutti i fronti. La “cattiva ragazza” non punisce, ma fa in modo che sia tu ad infliggere le tue stesse punizioni su te stessa. Tutto questo per raggiungere i propri obiettivi. La realtà però è che la trasformazione in una più bella, superiore, e migliore versione di sé stesse non avverrà mai. E si finisce per rimanere intrappolate nell’anoressia. Perché dopo tanti anni passati in balia di un disturbo alimentare, sembra che questo faccia semplicemente parte di sé da sempre. La voce dell’anoressia a poco a poco convince che l’anoressia è tutto quello che si è, tutto quello in cui si possa identificarsi, tutto quello che ti definisce, tutto quello di cui vantarti e andare fiera, tutto quello che fa stare meglio. Tutta la propria vita. E che al di fuori c’è solo solitudine e sofferenza.

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RIFLESSIONI SULLA PROBLEMATICA DELL’ANORESSIA

RIFLESSIONI SULLA PROBLEMATICA DELL’ANORESSIA
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Studiando le dinamiche presenti all’interno di famiglie con una figlia anoressica o bulimica, si constata che il vero problema non sono tanto i sintomi quanto i significati che questi vengono ad assumere in ogni specifico gruppo familiare. Se presi unicamente come disturbo mentale, intrinseco all’individuo che li presenta, porteranno alla ricerca da parte dei genitori di “che cosa si è rotto nella sua testa”. La persona in difficoltà diventa materiale di studio e di sconvolgimento degli equilibri familiari ed il suo comportamento anomalo diviene il crogiuolo della sofferenza familiare e la ragione ultima dell’intervento terapeutico a cui si demanda con disperazione la soluzione di un problema senz’altro complesso. Un modo differente per impostare il problema è quello di considerare la famiglia come risorsa attiva, depositaria di malesseri profondi quanto di energie vitali e risorse, talora imprevedibili. Il primo passo è allora quello di spostare l’attenzione dal rimuovere il sintomo al comprenderne i significati in ciascuna famiglia e proprio in quello specifico momento del suo ciclo vitale. Chi vive in quell’ambiente e ne condivide la storia evolutiva, se aiutato a riscoprire le proprie risorse interne, potrà fornire informazioni e risposte più utili e interessanti di quelle di esperti esterni.

Nel mio atteggiamento terapeutico ho rivalutato la forza insita nella patologia e ho iniziato a usarla; ho voluto credere che l’anoressica non fosse l’elemento di fragilità della famiglia, anche se sembrava essere la persona che più gioca una posizione fisica di estrema debolezza. In realtà, il suo bisogno di controllo e la sua cocciutaggine rivelano, a livelli più profondi, i suoi punti di forza che si esplicano attraverso il suo sfidare, tra la vita e la morte, se stessa, la famiglia e gli altri. L’ipotesi che l’anoressica non fosse l’elemento di fragilità della famiglia derivava proprio dall’osservazione della sua posizione di sintesi fisica e psicologica di una violenza interpersonale, di una problematica che sicuramente non si limitava al suo corpo e quindi portava alla considerazione che, se si assumeva tali carichi emotivi, dovesse essere equipaggiata in qualche modo. Infatti, la forza dell’anoressica deriva dall’essere l’elemento essenziale accentratore di tutta una serie di stati d’animo, di conflitti, di problemi, manifestati attraverso i suoi sintomi. L’anoressica da oggetto di osservazione rispetto alla sua patologia diventa soggetto di competenza ed esperienza. Tale ipotesi tende a rivalutare una serie di elementi importanti rispetto all’anoressica: riconoscere la sua soggettività, riconoscere la sua completezza pur nella scheletricità del suo corpo, riconoscere soprattutto in lei una sorta di professionalità, di capacità di sintesi di una serie di conflitti interpersonali che altri componenti della famiglia, ad esempio fratelli e sorelle, non possiedono.

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USCIRE DALL’ANORESSIA

USCIRE DALL’ANORESSIA
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La questione di cosa sia implicito nella guarigione dell’anoressia mentale – da quali segni si possono valutare il progresso e fino a che punto la condizione anoressica sia accessibile al trattamento – è una questione complessa. La ripresa di peso e del ciclo mestruale sono necessari per la guarigione, ma se non vengono chiariti i fattori psicologici sottostanti, il miglioramento fisico ha di solito vita breve. Parte essenziale della guarigione è il cambiamento dell’orientamento psicologico interiore, con un migliore esame di realtà, più fiducia nella capacità di autodirigersi, e l’abilità di prendere parte alla vita con una concezione unificata e positiva di sé e del proprio corpo.

La guarigione non è un evento isolato che fa la sua comparsa; piuttosto è un processo che si esprime attraverso un’ampia gamma di sottili cambiamenti che avvengono durante il trattamento. Tali cambiamenti si riflettono ovviamente nell’aumento ponderale e nelle modificazioni del comportamento manifesto, ma segni del cambiamento degli atteggiamenti possono verificarsi anche fin dall’inizio del trattamento. Il compito del terapeuta è di focalizzarsi sui problemi sottostanti che invariabilmente rivelano l’esistenza di una grave interferenza nello sviluppo di un positivo concetto di sé e di aiutare a convincersi di non essere così cattivo, vuoto e privo di qualunque attributo positivo, come di solito l’anoressica presenta se stessa. La paziente inizia col difendere la sua soluzione, cioè la magrezza scheletrica e l’inedia continuata, mentre esprime contemporaneamente senso di colpa e autoaccusa per aver causato così tanta infelicità e caos. Compito del terapeuta è mettere questi atteggiamenti negativi in relazione ad avvenimenti concreti che si verificano nella vita della paziente e di metterli a confronto con l’ambiente del suo sviluppo.

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