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DISTURBI ALIMENTARI E FAMILIARI

DISTURBI ALIMENTARI E FAMILIARI
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Quando ci si trova vicino ad una persona che soffre di un disturbo alimentare viene naturale porsi delle domande sul come comportarsi e gestire molti aspetti della vita di tutti i giorni. Cosa fare di fronte ad un partner che si abbuffa? (anche se spesso lo fa di nascosto, ma non potendo fare gli struzzi, ci si accorge…) Bisogna costringere o no un figlio a mangiare? Bisogna far notare ad un amico che sta aumentando troppo di peso? Come regolarsi in casa con la spesa, la preparazione di cibi, la loro assunzione? Cosa fare se si scopre che un figlio fa uso di farmaci come lassativi e diuretici o adotta misure di compensazione come il vomito? Sono soltanto alcune delle domande che parenti, familiari, amici di persone con disturbi alimentari si pongono quotidianamente. Spesso essi cercano di risolvere i problemi alimentari cercando di modificare o controllare il comportamento dei loro cari. Eppure questo tipo di intervento non funziona quasi mai! Infatti non appena il controllo di indebolisce, e se non si è cercato di modificare la motivazione al cambiamento della persona in questione, il suo comportamento torna come prima, se non addirittura peggiorato: chi restringe digiunerà ancora di più se non controllato e chi mangia in maniera compulsiva si abbufferà appena ne avrà l’occasione. Uno dei principali problemi di una persona con disturbi alimentari è proprio un problema di controllo, vivono con l’angoscia dell’ossessione del controllo (del peso e di ciò che mangiano) o con la paura di perderlo! Quindi pensare di poterli battere in una partita sul controllo è una battaglia persa in partenza. Allora è necessario imparare a tollerare i sentimenti di impotenza, frustrazione, inutilità, rabbia che le persone con disturbi alimentari suscitano nelle persone che li circondano, trovando dei modi per sopravvivere emotivamente ad un amico o familiare con disturbi alimentari. Bisogna innanzitutto accettare il fatto che questi problemi non possono essere guariti all’istante, ma necessitano di una paziente terapia. In secondo luogo si devono stabilire regole di convivenza che possono aiutare a gestire questi problemi con minore ansia e difficoltà, ad esempio lasciare che ognuno decida da sé cosa vuole o non vuole mangiare senza condizionare gli altri nelle sue scelte alimentari, ma nemmeno che un genitore compri cibi speciali per invogliare a mangiare chi restringe o eviti di comprarne per non invogliare a fare abbuffate, si può continuare a comportarsi nelle scelte alimentari come se il problema cibo non fosse così invasivo nella vita quotidiana e senza che i momenti dei pasti diventino campo di battaglia. Se desiderate maggiori consigli, cercate l’aiuto di un esperto.

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DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE
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Com’è possibile smettere di mangiare o mangiare fino a scoppiare, talvolta fino a lasciarsi morire? Mangiare è un gesto così spontaneo, così naturale, così umano. Spesso nello sguardo di chi non conosce i disturbi alimentari si leggono soltanto rabbia e disprezzo nei confronti di chi si infligge una punizione senza avere un vero motivo per farlo. Il vero motivo, invece, c’è. Il sintomo, il disturbo alimentare, è soltanto una spia: nasconde una grande sofferenza che chiede, e sempre merita, di essere portata alla luce, di essere accolta e ascoltata.
In questo senso, i disturbi del comportamento alimentare sono anche disturbi della comunicazione: attraverso il corpo – un «corpo parlante» – si manifestano i segnali di un disagio profondo, che va ben oltre il mero desiderio di bellezza estetica, e che il soggetto spesso fatica a tradurre in parole. La malattia infatti, costringe in un silenzio che rende muti, incapaci di raccontarsi, a se stessi e agli altri, e sordi, sordi a qualunque segnale di vita. È fondamentale, pertanto, sensibilizzare su questi disturbi, sulle situazioni più a rischio e sulle figure professionali a cui rivolgersi, imparando a riconoscere i cosiddetti campanelli d’allarme, quegli indicatori-spia di una sofferenza più profonda, talvolta impercettibile ad occhio nudo.

I disturbi alimentari sono intimamente legati alla percezione del proprio aspetto fisico, che è un nodo cruciale soprattutto in adolescenza: banalizzare, ridicolizzare, ma anche rimproverare non è mai producente. Se una ragazza si vergogna di una parte del suo corpo ha poco senso dirle che sono tutte fisse, che i veri problemi sono altri, così come non serve a nulla con un figlio sovrappeso paragonarlo al cugino calciatore o al vicino di casa campione di nuoto. Non colpevolizzate i vostri figli, i disturbi alimentari non sono un capriccio, non si guarisce con la forza di volontà!  

Nel caso di un problema di anoressia frasi del tipo “per colpa tua la mamma sta male” non servono a nulla, ma al contempo non bisogna neppure assecondare in tutto e per tutto le richieste del ragazzo/ragazza che non può tenere in scacco l’intera famiglia, ad esempio impedendole di uscire a cena o di avere ospiti. Qualora invece ci si trovasse di fronte ad un figlio/a in forte sovrappeso sarebbe sbagliato negargli l’aspetto conviviale e gioioso che il cibo, nella nostra cultura, porta con sé, controllando come severi censori tutto ciò che ha nel piatto e pretendendo che segua una dieta ferrea. Ma allora cosa bisogna fare con un disturbo alimentare? Il primo passo è riconoscere l’esistenza di una problematica e iniziare un percorso psicologico con persone competenti in materia.

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COPPIA E SEPARAZIONE

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Oggi si assiste ad un enorme aumento del tasso di separazioni e divorzi, quello che i francesi chiamano demariage, la rottura del matrimonio in un modo o nell’altro. Nel 1945 più o meno finiva con una rottura un matrimonio su dieci. Oggi le persone che si sposano sanno che per un su due, uno si tre il matrimonio finirà. E’ un cambiamento vertiginoso, lo scenario all’interno del quale ci collochiamo oggi è molto diverso da prima. Un altro elemento da considerare è l’età in cui le coppie si separano. Questo avviene a tutte le età, anche dopo 20 o 30 anni di matrimonio, anche a settant’anni, ma un terzo di quelli che si separano lo fanno nel primo anno di matrimonio: si tratta di un dato impressionante, su cui vale la pena fare una riflessione. Come mai c’è questa labilità della dimensione dell’impegno, come mai di fronte alle difficoltà c’è un buon numero di persone che rinunciano subito? Ciò che ci dice l’esperienza americana (anche se non è detto che noi ci muoveremo secondo tale linea) è che non è in crisi la tensione a fare una coppia, nel senso che la maggior parte delle persone che si separano tentano di riformare una nuova coppia e pare che la tenuta del secondo matrimonio sia molto maggiore di quella del primo: quindi non è in crisi l’idea di formare una coppia, è in crisi la capacità di mantenerla. Su questo punto vorrei fare un’altra riflessione che contiene forse un aspetto meno catastrofico. Come mai in passato i tassi di separazione erano così più bassi di quelli attuali? Se confrontiamo la durata media di un matrimonio nella regione parigina all’inizio del ‘900 con quella di oggi, vediamo che il matrimonio oggi dura in media nove anni: ma lo stesso dato si registrava all’inizio del secolo scorso! Le donne morivano di parto e gli uomini si risposavano: quando uno prometteva la fedeltà per tutta la vita, la prometteva per 9 anni, in media. Tutto sommato non è molto difficile mantenere questo impegno per 9 anni: promettersi la stessa cosa per 50 anni di vita in comune è sicuramente più difficile, adesso che l’aspettativa di durata della vita è così cresciuta che anche l’aspettativa di durata della vita in coppia è molto più elevata. Le persone che si separano nel primo anni di matrimonio dicono di non amarsi più, la scintilla si è spenta e non c’è più ragione di stare insieme. Se invece vogliamo investire nella coppia dobbiamo prevedere un modello che comprenda anche la dimensione della responsabilità e dell’impegno e non solo quella dell’amore romantico. Per questo è spesso utile chiedere un aiuto con una terapia di coppia quando si avverte che la coppia sta andando in crisi e che la scintilla si sta spegnendo. (Fonte: Stefano Cirillo, Centro Giovani Coppie San Fedele).

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