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ADOLESCENTI IN CRISI

ADOLESCENTI IN CRISI
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L’entità della sofferenza negli adolescenti spesso è profonda e straziante. Non si perdono solo le illusioni e l’onnipotenza del bambino, ma anche la fiducia magica che il padre e la madre sappiano risolvere qualsiasi problema della vita, ci si sente soli ad affrontare i problemi della crescita senza più la tutela dei genitori magici dell’infanzia. Gli adolescenti però non sono capaci di parlare apertamente della loro disperazione; né sono abili a trasformarla in sintomi psichici, come gli adulti, che se sono depressi, lo sanno e lo dicono o con le parole o con sintomi psichici della serie depressiva. Invece gli adolescenti hanno una strana specialità; trasformano la loro tristezza, a volte lancinante, in azioni, comportamenti spesso violenti, quasi sempre rischiosi, rumorosi, effettuati in gruppo, nel rombo di musiche suonate a volume insopportabile; oppure gettano la loro malinconia al vento e alla velocità del motorino, o ancora la riversano sul cibo evitato o vomitato. Il loro modo enigmatico di essere depressi e sofferenti confonde gli adulti ed impedisce di comprendere fino in fondo l’entità del disastro depressivo che allaga la loro mente. La mente dell’adolescente non riesce a tollerare la depressione; bisogna diventare adulti per sostenere il peso insopportabile di sentimenti depressivi; l’adolescente appena viene in contatto con sentimenti di colpa, di scacco, di fallimento, di delusione è costretto a cercare una soluzione che li scacci dalla mente; ciò impedisce la trasformazione di emozioni confuse e dolorose in pensieri ed idee consapevoli e facilita la produzione di comportamenti che hanno la funzione di liberare la mente dai sentimenti depressivi, facendoli ricomparire sotto le mentite spoglie di anomalie del comportamento. Perciò i genitori non vedono la depressione, ma l’insuccesso scolastico, o la tendenza ad accostarsi a sostanze stupefacenti, o un preoccupante dimagrimento, o la comparsa di comportamenti molto rischiosi per l’incolumità fisica, psichica e sociale.

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ADOLESCENZA E SPINELLO

ADOLESCENZA E SPINELLO
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La mamma fruga come sempre nelle tasche dei jeans del figlio prima di infilarli in lavatrice e trova qualcosa di strano. Marrone come la terra, ma non può essere. Una sigaretta sbriciolata? Lo spera vivamente, come per scacciare un terribile sospetto. Il papà, rientrato la sera, analizza i reperto custodito nella carta stagnola e capisce immediatamente che non è tabacco da sigaretta. È un’altra cosa, il cui nome fa ancora troppa paura. Si guardano negli occhi, senza parole. In quel momento ci è crollato il mondo addosso, dicono molti genitori. Quella “cosa” rappresenta tutto ciò che non avrebbero mai voluto, che si erano augurati non succedesse mai. Si ritrovano distrutti e con la sensazione netta del loro fallimento educativo. A cosa sono servite le raccomandazioni, le buone letture, il buon esempio di una vita intera? E l’aver seguito i figli giorno per giorno, facendoli sentir amati, seguiti a prezzo di tanti sacrifici? Tutto finito con quel pezzo di stagnola accartocciata (e lo stesso vale nello scoprire la figlia che mangia e vomita o che si è ridotta a pelle e ossa…). La prima reazione, la più ovvia e doverosa è la dissuasione del figlio. Gli argomenti sono: lo spinello danneggia la salute, guarda quelli che si sono rovinati, smetto quando voglio è un’illusione, non vedi che stiamo tutti male per te. Ogni genitore ricorre al suo personale repertorio con argomentazioni valide, oggettivamente giuste e ragionevoli. Gli accenti della dissuasione sono i più disparati, dalla rabbia al ragionamento pacato, passando dal rimprovero alla minaccia. A essi vanno aggiunti le restrizioni delle uscite, del denaro disponibile, i limiti dell’uso del computer. Tutto drammaticamente inutile. “È inutile che mi fai le analisi -dice il ragazzo- ti dico io che sono positive”. Picchiarlo non si può, sbatterlo fuori di casa nemmeno, metterlo in comunità non appare una scelta proporzionata, cercare di convincerlo non approda a nulla. Le contro argomentazioni sono: così fan tutti, non è un dramma, non significa essere drogati, lo si fa per noia, se non lo faccio perdo la compagnia, lo fanno anche quelli che tu credi siano bravi ragazzi, non stressarmi altrimenti scappo di casa, fino al più definitivo: la vita è mia e faccio quello che ho voglia io.

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RIFLESSIONI SULLA PROBLEMATICA DELL’ANORESSIA

RIFLESSIONI SULLA PROBLEMATICA DELL’ANORESSIA
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Studiando le dinamiche presenti all’interno di famiglie con una figlia anoressica o bulimica, si constata che il vero problema non sono tanto i sintomi quanto i significati che questi vengono ad assumere in ogni specifico gruppo familiare. Se presi unicamente come disturbo mentale, intrinseco all’individuo che li presenta, porteranno alla ricerca da parte dei genitori di “che cosa si è rotto nella sua testa”. La persona in difficoltà diventa materiale di studio e di sconvolgimento degli equilibri familiari ed il suo comportamento anomalo diviene il crogiuolo della sofferenza familiare e la ragione ultima dell’intervento terapeutico a cui si demanda con disperazione la soluzione di un problema senz’altro complesso. Un modo differente per impostare il problema è quello di considerare la famiglia come risorsa attiva, depositaria di malesseri profondi quanto di energie vitali e risorse, talora imprevedibili. Il primo passo è allora quello di spostare l’attenzione dal rimuovere il sintomo al comprenderne i significati in ciascuna famiglia e proprio in quello specifico momento del suo ciclo vitale. Chi vive in quell’ambiente e ne condivide la storia evolutiva, se aiutato a riscoprire le proprie risorse interne, potrà fornire informazioni e risposte più utili e interessanti di quelle di esperti esterni.

Nel mio atteggiamento terapeutico ho rivalutato la forza insita nella patologia e ho iniziato a usarla; ho voluto credere che l’anoressica non fosse l’elemento di fragilità della famiglia, anche se sembrava essere la persona che più gioca una posizione fisica di estrema debolezza. In realtà, il suo bisogno di controllo e la sua cocciutaggine rivelano, a livelli più profondi, i suoi punti di forza che si esplicano attraverso il suo sfidare, tra la vita e la morte, se stessa, la famiglia e gli altri. L’ipotesi che l’anoressica non fosse l’elemento di fragilità della famiglia derivava proprio dall’osservazione della sua posizione di sintesi fisica e psicologica di una violenza interpersonale, di una problematica che sicuramente non si limitava al suo corpo e quindi portava alla considerazione che, se si assumeva tali carichi emotivi, dovesse essere equipaggiata in qualche modo. Infatti, la forza dell’anoressica deriva dall’essere l’elemento essenziale accentratore di tutta una serie di stati d’animo, di conflitti, di problemi, manifestati attraverso i suoi sintomi. L’anoressica da oggetto di osservazione rispetto alla sua patologia diventa soggetto di competenza ed esperienza. Tale ipotesi tende a rivalutare una serie di elementi importanti rispetto all’anoressica: riconoscere la sua soggettività, riconoscere la sua completezza pur nella scheletricità del suo corpo, riconoscere soprattutto in lei una sorta di professionalità, di capacità di sintesi di una serie di conflitti interpersonali che altri componenti della famiglia, ad esempio fratelli e sorelle, non possiedono.

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