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SULL’OBESITA’

SULL’OBESITA’
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Non sembra vero, eppure ci furono tempi -e non tanto lontani- in cui una fetta di salame era il pranzo della domenica. Ci furono tempi nei quali una tavoletta di cioccolato costituiva un regalo di compleanno. Ci furono tempi in cui gli uomini si ammazzavano per un poco da mangiare.

Oggi, invece, è tutto lì: nell’ipermercato. Basta qualche euro e la droga più a buon mercato del mondo è disponibile. Ma questo è un dato che il nostro cervello fatica ad assimilare: la fame ha attanagliato per troppo tempo l’evoluzione della specie uomo. Così, sorretti anche da una robusta educazione familiare, accumuliamo. Introduciamo nel nostro organismo un mare di calorie che non consumiamo. Nasce un tessuto adiposo che ha il compito di raccogliere indefinitamente, sotto forma di energia di riserva (trigliceridi),  le calorie risparmiate, per sopperire alle future necessità dell’organismo. Il dire a un amico “ti trovo bene” significa “ti trovo abbondante”. Se l’amico dimagrisce allora lo troviamo male (a meno che fosse decisamente sovrappeso). Le migliaia e migliaia di anni in cui l’uomo ha lottato per sfamarsi hanno creato immagini archetipiche, iconografie del benessere. E il benessere è grasso. Si dice “i grassi sono simpatici, sono buontemponi!”, ma non è vero niente. L’obeso ingrassa perché mangia troppo, mangia perché ha fame, che però è fame d’affetto. Non ottenendolo a sufficienza, lo sostituisce con il cibo, che è sempre disponibile. Gli obesi, in genere, sono insicuri (e perciò golosi perché il cibo è vissuto come una protezione), poco attivi, poco ambiziosi (preferiscono la sicurezza dell’impiego al rischio di lavori più redditizi ma incerti), sempre pronti a chiedere e “succhiare”. Il problema obesità, stando alle ultime statistiche, investe il 18-20% della popolazione adulta.

Condizioni patologiche più frequenti negli obesi sono:

  • diabete mellito non insulino-dipendente
  • ipertensione arteriosa

  • aumento dei livelli circolanti dei trigliceridi

  • arteriosclerosi coronarica o cerebrale

  • disturbi respiratori più o meno gravi

  • malattie delle ossa e delle articolazioni (artrosi, ernia del disco, ecc.)

  • insufficienza venosa degli arti inferiori

  • ridotta funzionalità del testicolo e dell’ovaio

  • calcoli della colecisti e delle vie biliari

Le diete servono a poco. Nessuna dieta supplisce la mancanza di amore. E nessun dietologo è formato per far uscire il paziente dal suo ‘terreno grasso’ ed educarlo a un progetto esistenziale che gli permetta di toccare le origini del suo male. Nell’obesità ci sono analogie con l’alcolismo. Tutto il rituale dell’abbuffata, nel disturbo da alimentazione incontrollata, si svolge in segreto. Solitamente, scatta un meccanismo di negazione e bugia, da parte del paziente, che vorrebbe dimenticare tutto quello che ha mangiato, un po’ come l’alcolista che, ubriaco, nega di aver bevuto. Esistono infatti delle comunanze con l’abuso di alcol: la presenza di una emozione intollerabile e intensa induce l’utilizzazione del cibo come se fosse un anestetico, con uno spostamento sulle sensazioni indotte dal cibo. Il disturbo da alimentazione incontrollata si insinua nella vita quotidiana, spesso nascosto e confuso con una normale obesità, non compreso nè dalla persona che ne è affetta, che non comprende perché tutte le diete falliscano, nè tanto meno dalle persone che la circondano impotenti. Il Dai è caratterizzato dal ripetersi (almeno per 2 giorni alla settimana in un periodo di 6 mesi) di “abbuffate” (della durata anche di 2 ore), non accompagnate però da strategie per compensare l’ingestione del cibo in eccesso come purganti, vomito indotto o attività fisica (aspetto che consente a tante bulimiche di mantenersi normopeso). E’ quindi malattia più “visibile” socialmente, ma non per questo meno subdola. Altra caratteristica è la sensazione di perdita del controllo sull’assunzione del cibo durante l’episodio. Gli episodi di alimentazione incontrollata sono associati a 3 (o più) dei seguenti sintomi: mangiare molto più rapidamente del normale, mangiare fino a sentirsi spiacevolmente pieni, ingurgitare grandi quantità anche se ci si sente pieni, mangiare da soli per l’imbarazzo di quanto si sta facendo, sentirsi disgustato di se stesso, depresso, o molto in colpa dopo le abbuffate. Il Dai è spesso accompagnato da stati di ansia e forte agitazione, anche dal punto di vista motorio, e ancora uno stato alterato di coscienza: i pazienti si descrivono come se fossero in trance, come se fosse un altro a mangiare al posto loro. E’ necessario un percorso terapeutico di lettura e comprensione delle dinamiche sottostanti per rompere gli automatismi delle abbuffate e recuperare un normale ed equilibrato rapporto col cibo.

 

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