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CIBO E DISTURBI ALIMENTARI

CIBO E DISTURBI ALIMENTARI
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Nei disturbi alimentari il sintomo e il problema cibo, nonostante la sofferenza che possono portare, sono vissuti come degli alleati e si fa una gran fatica a prenderne le distanze. Il cibo nei disturbi alimentari diventa un amico-nemico con cui si vive una ambigua e duplice relazione: da un lato è ciò che tranquillizza, anestetizza, calma e lascia nell’oblio tutto il resto dei problemi (sia nella dimensione dell’evitarlo come nell’anoressia o nelle forme restrittive, che in quella dell’alimentazione compulsiva), dall’altro è un nemico pericoloso, qualcosa che può far perdere il beato controllo, che può sfuggire di mano e uscire dalla dispensa “divorandomi”. Il sintomo alimentare protegge, dietro al cibo si celano vissuti faticosi e difficilmente affrontabili, ciò che fa più paura si nasconde dentro ciò che si mangia o non si mangia. La vittoria sulla fame, il digiuno, l’iperattività, l’abbuffarsi sono vissuti come gratificanti: nel momento in cui non si controlla più nulla e tutto va male (o perlomeno non come si vorrebbe) almeno il cibo lo si può controllare, così come il corpo. Dietro ai disturbi alimentari c’è una fame inappagata, quella fame di riconoscimento, di valere, di affetto che nessun cibo potrà saziare. Allora meglio il sintomo che il nulla, meglio digiunare o abbuffarsi che fare i conti con la propria sensazione di pochezza, con il vissuto di non valere niente o almeno mai abbastanza.

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BINGE EATING: UNA TESTIMONIANZA

BINGE EATING: UNA TESTIMONIANZA
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Oggi condivido una mail di una ragazza che soffre di binge eating disorder, per capire che non si è gli unici, che nel sintomo tutti vivono le stesse cose, che cercando un aiuto si può uscirne…

“Difficilmente la gente capisce realmente cosa provo. Ora tutti pensano che io stia bene, gli basta vedere che non sono più sottopeso per pensarlo. Non è proprio così. Io continuo a contare le kcal, continuo  preferire un’insalata ad una pizza. Davanti ai miei mangio poco. Se mangiassi realmente così poco, con il mio metabolismo e con le mie ore passate in palestra a bruciare calorie, dubito che peserei davvero così tanto.

Ora sono arrivata ad essere decisamente sovrappeso, e tu non sai, non sai quanto possa pesarmi scriverti questa parola “sovrappeso”. Cancello e riscrivo, cancello e la riscrivo. E’ così.
Sai da cosa dipende? Dal fatto che io passo intere giornate da sola, a parte quando ho impegni; i miei vanno al lavoro, mio fratello esce. Io frequento un liceo, dunque c’è molto da studiare, eppure mi prendo quelle due ore dopo pranzo, in solitudine: mi metto davanti alla tv e sazio quel buco, quel vuoto, ci metto dentro di tutto, non ne ho voglia, eppure continuo a farlo. Mando tutto al diavolo e continuo, e più continuo e più mi rendo conto di aver mandato tutto al diavolo, allora esagero. Come se si spegnesse la lampadina della ragione. Poi studio e vado in palestra. La sera un grande sorriso e tutti insieme a cena.
Difficilmente la gente sa cosa mi passa per la testa. Non sai quanto vorrei essere un’altra persona. Una di quelle normali, che non contano le kcal, che la palestra la frequentano per hobby e non per bruciare. Dunque forse nutro in me una speranza, vorrei che qualcuno mi portasse fuori da questo vortice malato.

Scrivo perché sono nel pieno di una delle mie frequenti crisi, ed in questi momenti si è soli. Del tutto soli.

Questa mattina mi sono svegliata, non ho fatto colazione, a pranzo ho mangiato normalmente, poi sono uscita di corsa. Ero contenta perché sapevo che avendo la giornata piena non sarei ricaduta…nel “vortice”. Tornando a casa mi figuro il da farsi: entrare, fare la borsa della palestra e riuscire immediatamente. Decido di non andarci, in palestra. Non avevo assolutamente fame, eppure volevo qualcosa di più…volevo abbuffarmi e mandare tutto al diavolo. Quella giornata era stata troppo perfetta. Così scendo al supermercato e compro 3 barrette di cioccolato, torno su e mangio. Finisco una barretta, poi un’altra metà. Inizio a sentirmi male, ma continuo. Per cena (con il sorriso, come ti dicevo) mangio e quasi mi viene da piangere. Nella mia testa già penso a domani, alle kcal che ingerirò, al pranzo che salterò.
In questi momenti sono sola, perché ovviamente non posso parlarne con chi non sa del mio problema, ma non posso parlarne nemmeno con chi ha il mio stesso problema, perché mi vergogno di ciò che sono diventata. Io che nemmeno li guardavo in faccia gli scaffali del cioccolato. Perché mi riduco così? Cosa c’è di sbagliato in me? Aiutami…”
Per commenti, scrivi a info@spazioaiuto.it
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MI SONO ABBUFFATA!

MI SONO ABBUFFATA!
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“Mi sono abbuffata!”: cosa fare? Come chiedere aiuto? Perché mi succede? Queste sono alcune delle domande che conseguono ad un episodio di abbuffata compulsiva. Un’identità sempre più agganciata all’immagine corporea, un’offerta di cibo esasperata, l’enfatizzazione delle forme corporee e della magrezza, l’aumento dell’incidenza dell’obesità creano i presupposti per questo disturbo, nuovo e insidioso. Dopo un periodo di abbuffate frequenti che ha causato un aumento di peso importante la persona spesso tende a intraprendere cicli di dieting, tendenzialmente a forte carattere restrittivo e secondo le “mode” dietetiche del momento. Ma questo non fa che aumentare il problema delle abbuffate, in quanto la dieta interrotta da episodi di binge eating accresce la difficoltà a gestire gli stati emozionali senza ricorrere al cibo. Infatti il cibo e l’abbuffata rappresentano una strategia disfunzionale di regolazione emotiva, dove il cibo viene visto come un amico che consola nei momenti difficili e gratifica nei momenti felici, anche se lascia dietro di sé sensi di colpa e vergogna, oltre a qualche chilo in più.

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