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PRE-ADOLESCENZA

PRE-ADOLESCENZA
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Molti comportamenti che ci fanno impazzire nei ragazzi in pre-adolescenza(la volubilità, le reazioni emotive intense, la massima felicità che dopo un’ora si trasforma nella depressione e nella negatività più nere) sono determinati da quanto sta accadendo nella loro testa in questo specifico momento dello sviluppo.

Il cervello di un ragazzo in pre-adolescenza non è incompiuto, è definito in tutte le sue parti e funzioni, ma è ancora immaturo, e soprattutto agisce in modo diverso da quello dei grandi. E’più malleabile ed è estremamente sensibile agli stimoli che riceve dall’ambiente e da quanto succede nelle relazioni con i pari e con gli adulti di riferimento. Una caratteristica chiave del cervello, che vale nel corso di tutta la vita, ma è particolarmente rilevante nella pre-adolescenza, è la plasticità, ovvero la capacità di strutturare e formare nuove reti neuronali o di modificarne altre già esistenti in relazione alle esperienze che l’individuo vive. Questa flessibilità e adattabilità rappresenta una grande occasione per la costruzione del pensiero e la socializzazione, ma allo stesso tempo può rendere il preadolescente più vulnerabile e spingerlo facilmente verso comportamenti pericolosi e, in generale, verso tutti quegli atteggiamenti che rendono quest’età famosa per la sua forte instabilità.

La maturazione cerebrale in pre-adolescenza non avviene attraverso un aumento del peso, del volume e delle dimensioni del cervello, ma ciò che fa la differenza è la quantità di nuove connessioni neuronali che si instaurano tra le differenti aree. Maturare a livello cerebrale in questa fase della vita non significa moltiplicare il numero dei neuroni totali, bensì moltiplicare il numero dei collegamenti tra loro attraverso le sinapsi. Un altro cambiamento evidente è l’aumento della mielinizzazione delle fibre nervose: le fibre cioè vengono progressivamente ricoperte da una guaina che ha funzioni di isolamento elettrico. In età evolutiva il processo di mielinizzazione è ancora parziale: in alcune regioni della corteccia arriva a completamento solo al termine dell’adolescenza. Come si manifesta questo in pratica? La carenza di mielina in alcune aree del sistema nervoso centrale può determinarne un funzionamento irregolare. Di qui, alcuni comportamenti imprevedibili tipici dell’età.

Durante la pre-adolescenza la corteccia prefrontale (ossia la parte anteriore del lobo frontale deputata a una serie di funzioni cognitive complesse implicate nei processi di previsione del rischio, gestione e regolazione degli impulsi aggressivi, autonomia decisionale e definizione delle condotta sociale) non è ancora del tutto matura, quindi il cervello si trova in balia di una sorta di iperattività della parte emotiva, che stimola la strenua ricerca di emozioni e di eccitazione, tenendo sotto scacco le decisioni del ragazzo, le motivazioni che lo portano ad agire e la sua scala delle priorità. A farne le spese è proprio la parte cognitiva, che in età adulta sarà invece in grado di porre un freno a questo dominio emotivo.

La corteccia prefrontale (che inibisce gli eccessi e gli accessi derivanti dall’iperstimolazione dell’area emotiva) arriva a maturazione intorno ai 20 anni e da quel momento in poi si occupa di gestire funzioni fondamentali quali: la regolazione delle emozioni, i processi decisionali, la pianificazione (ossia porsi obiettivi perseguibili, concreti e realistici), l’organizzazione, le competenze prosociali (sapersi orientare nelle relazioni con gli altri, distinguere gli amici dai nemici, essere in grado di attrarre un partner). E’ a causa dello sviluppo incompleto della corteccia prefrontale che i preadolescenti trovano così difficile rinunciare a comportamenti capaci di regalare gratificazioni immediate oppure si trovano in enorme difficoltà quando devono crearsi una visione realistica del tempo a disposizione (“un minuto e arrivo…”).

Nella testa dei preadolescenti l’area più matura, più sviluppata è quella legata al sistema limbico, che rappresenta il fulcro, il nucleo operativo nel quale hanno origine le emozioni  e il bisogno di gratificazione e ricompensa immediata. E il sistema limbico condiziona in tal senso gran parte delle loro decisioni. Per questo molti comportamenti ed esperienze nel periodo della scuola media sono fortemente orientati verso: la ricerca di novità, la sperimentazione del rischio e l’interazione tra pari.

Queste caratteristiche cerebrali determinano:

Impulsività: la connessione tra cervello emotivo e cognitivo avviene più lentamente che nel cervello adulto.

Maggiore predisposizione allo sviluppo di dipendenze: ogni esperienza eccitante aumenta il rilascio di dopamina che, provocando un’intensa sensazione di piacere, agisce da potente rinforzo a compiere l’azione e ripeterla.

Deficit di razionalità: si focalizzano sui pro di un determinato comportamento e non considerano i contro. 

(Fonte: Alberto Pellai)

Spesso questi comportamenti necessitano un intervento, se non riescono più ad essere regolati e creano disagio.

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DISTURBI ALIMENTARI: CONSIGLI PER GENITORI E AMICI

DISTURBI ALIMENTARI: CONSIGLI PER GENITORI E AMICI
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Cosa fare quando come genitori, familiari e amici ci troviamo di fronte ad una persona con disturbi alimentari? Ecco alcuni consigli per genitori e amici. Dovete sapere che il sintomo, quindi la malattia, sono modelli insani e disarmonici di comunicazione, modelli che nascono da qualche parte nell’inconscio e che si sostituiscono ai “funzionamenti sani”, perché le vostre ragazze hanno paura della sanità, hanno paura di perdere – se guariscono – i loro privilegi. Perciò come genitori e amici soltanto un rifiuto netto delle modalità insane di comunicazione può impedire l’aggravamento della situazione. Anche se è triste doverlo accettare, da un certo punto in poi, le persone con disturbi alimentari non sono più in grado di intendere e volere ed è quindi perfettamente inutile appellarsi al loro buon senso o scaricarsi la responsabilità dicendo “…deve sapere lei cosa fa e cosa vuole”. Quindi:

  • Non assecondate la ragazza in quelle richieste che sottendono a perdere peso quali palestra, piscina, cyclette o altri attrezzi per la ginnastica da camera o attività sportiva in genere.
  • Non modificate, in alcun modo, il vostro stile di vita sia nel sociale che nei rapporti con gli altri familiari nella speranza di aiutare vostra figlia.
  • Lei digiuna? Si abbuffa e poi corre a chiudersi in bagno? Voi continuate il vostro pasto senza considerarla, siate gentili, ma distaccati. Non premiate il sintomo con eccessive attenzioni (ciò non significa far finta che il problema non esista, in altri momenti è importante parlarne e sottolineare l’importanza di una cura).
  • Non subite in modo passivo le sue aggressioni, le sue scenate isteriche: se non accetta il vostro aiuto, non può nemmeno usarvi come punching-ball sul quale sfogare la sua rabbia e le sue tensioni. Per quanto sia difficile, continuate a trattarla da “ragazza sana”, come trattereste una fanciulla normale per quell’età.
  • Siate fermi e decisi nel dirle che deve curarsi, non accettate i suoi “ce la faccio da sola, posso smettere quando voglio”. Da anoressia e bulimia, da soli, non se ne esce mai!
  • Condizionate il vostro appoggio, la vostra presenza, il vostro amore ad atteggiamenti convenientemente sani. Non credete alle sue “dichiarazioni d’amore”, spesso il cercarvi, il voler essere la vostra bambina, non sono che sintomi della malattia. Non diventate alleati della sua malattia, non accettate compromessi del tipo: “dimagrisco ancora un chilo, poi smetto; posso smettere quando voglio; non è un problema”.
  • Proponetele con fermezza un percorso terapeutico e, se la considerate in pericolo di vita, richiedete un ricovero coatto.
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DCA: COME CONVINCERE A CURARSI

DCA: COME CONVINCERE A CURARSI
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Questo articolo potrà essere di interesse a quei genitori, mamme, papà, sorelle, fratelli, amiche, zii, eccetera, di persone che soffrono di disturbi del comportamento alimentare: a volte familiari e conoscenti di qualcuno che soffre di anoressia, bulimia o alimentazione incontrollata mi scrivono per sapere o avere un consiglio su come fare per convicere questo qualcuno a farsi curare. Spesso la persona in causa, magari solo agli esordi del sintomo, che mostra soltanto qualche avvisaglia poco preoccupante di un possibile problema col cibo, nega categoricamente che il discorso cibo sia un problema, che la sua alimentazione è perfettamente normale e senza difficoltà, che non necessita quindi di nessun aiuto. Inutile dire che queste negazioni ad altro non servono che a proteggere il suo sintomo, dietro al quale -chi legge questo blog ben sa- si nascondono mille altri problemi, e affrontare il capitolo alimentazione significherebbe mettere allo scoperto gli altri disagi: capire perché diavolo in questo momento della mia fase esistenziale ho proprio bisogno di restringere l’alimentazione, non posso fare a meno di sentirmi magra (vedermi è un altro discorso…), devo avere tutto sotto maniacale controllo, non riesco ad evitare di vomitare se mi sembra di aver mangiato troppo, o al contrario perché ho bisogno di abbuffarmi, di mangiare in modo sregolato con la triste sensazione di perdere il controllo, nella speranza che il cibo cancelli i miei pensieri negativi, ma con il risultato evidente poi di stare malissimo, attanagliato dai sensi di colpa, e mando tutto all’aria, e mi dico “da domani basta”, invece il giorno seguente continuo sulla stessa strada della “perdizione” continuando ad autosabotarmi e a stare male. Ecco, sarebbe molto facile e così a portata di mano riflettere su cosa ci sta sotto a questi meccanismi malati, iniziare un personale lavoro di scoperta e di presa di consapevolezza dei propri buchi neri, delle proprie fatiche, dei propri limiti, di ciò che di sé non si riesce ad accettare. Ma è molto più facile, veloce e rassicurante rifugiarsi dietro al sintomo, chiudere tutti i problemi irrisolti o forse oscuri persino a se stessi, nella bella e dolce scatola del disturbo alimentare, mettere ogni cosa che non va e far star male sotto la coperta di nome anoressia, bulimia, binge.

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