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ADOLESCENZA E DIFFICOLTA’

ADOLESCENZA E DIFFICOLTA’
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In adolescenza, di fronte ai numerosi cambiamenti e sfide che la crescita di un figlio comporta, i genitori spesso si rendono conto di sentirsi in crisi e di quanto tristezza e delusione rischino di diventare pervasive, uniche reazioni emotive di fronte ai problemi e ai fallimenti dell’adolescenza. E’ chiaro che se un figlio in adolescenza sbaglia o fallisce non c’è da stare allegri o da scherzarci. Ma allo stesso tempo può risultare molto pericoloso lasciarsi travolgere dalla tristezza che colora di nero tutto ciò che accade in adolescenza. A volte i genitori arrivano a pensare che il fallimento di un figlio coincida con il fallimento della propria vita. E’ fondamentale, invece, tenere in considerazione due aspetti fondamentali:

  • nessun fallimento è totale o per sempre. A volte sbagliare serve, e l’esperienza dello sbaglio, se ben elaborata, può diventare un elemento fondamentale su cui ricostruire il proprio recupero;
  • nessuno è l’errore che fa. Davanti a un figlio adolescente che ha commesso una stupidaggine, un genitore potrà provare inizialmente la tentazione di assalirlo, dicendogli quanto lo ha deluso, o che è un buono a nulla e così via. In questo caso, invece di ragionare insieme sull’errore commesso (“guarda cosa hai fatto e perché hai fatto in questo modo”) si finisce per concentrare sull’individuo, e non sullo sbaglio commesso, i peggiori aggettivi. Questo fa sentire un figlio adolescente che ha sbagliato una persona totalmente sbagliata, con lo sviluppo di un disastroso modello di autostima personale.

Quando in adolescenza i figli commettono errori o mettono in atto comportamenti totalmente sbagliati, i genitori non vanno colpevolizzati, ma aiutati a comprendere i figli, a vederli con un paio di occhiali diversi, ad accompagnarli verso la loro affermazione come individui autonomi e indipendenti. I genitori devono imparare a non caricarsi di eccessive responsabilità, l’adolescenza è un processo difficile in cui ciascuno, genitore e figlio, deve mettere in conto ostacoli, errori, difficoltà, emozioni negative. Un genitore deve imparare a “stare alla finestra” della vita di un figlio, guardandolo crescere, sperimentare, sbagliare, capace di intervenire al bisogno e di accettare errori e difficoltà, con la consapevolezza che, superata questa stagione della vita, il figlio avrà trovato se stesso e saprà chi è anche grazie ai genitori che ha avuto (Fonte: Alberto Pellai).

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COPPIA: COME E’ CAMBIATA

COPPIA: COME E’ CAMBIATA
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È cambiato il modo di stare insieme e di amare oggi? Forse sì, la bella ‘happy ending’ “e vissero per sempre felici e contenti” non basta più. Una volta l’obiettivo era costruire la coppia e il legame si basava sul fatto che la maternità era il fulcro della coppia, dare un figlio al padre cementava la coppia. Alla donna venivano richieste capacità di accudimento e agli uomini di protezione. Era più importante la durata del legame dell’intensità. Il percorso della coppia secondo il mito dell’amore romantico era fare coppia, poi matrimonio e figli. Il patto che legava i due partner era ‘per sempre’ e consentiva di scoprire autonomia e sessualità, fino ad allora non sperimentate. Oggi invece la coppia non è più un obiettivo finale, ma solo un’occasione che mi permetta di crescere ed evolvere come uomo e come donna, di sviluppare tutte le mie capacità, un accessorio che prendo e mi fa stare bene, ma non è così vincolata al ‘per sempre’ e soprattutto si sperimenta già automonia e sesso ben prima di avere una coppia stabile…I giovani di oggi vedono tantissimi esempi di legami non duraturi, è evidente che la coppia possa essere “reversibile”.

Perché è avvenuto questo cambiamento nella coppia? Innanzitutto è cambiata l’educazione sentimentale all’interno della famiglia. La relazione madre-bambino, che pone le basi del primo oggetto d’amore (incondizionato), è mutata significativamente. Il bambino viene visto come già competente, con talenti propri fin dalla nascita da tirar fuori e far esprimere. Si capisce che questo modo di considerare il bambino, questo sguardo impreziosente della madre che vede e sottolinea quanto di meraviglioso c’è in te, condiziona il nostro essere e di conseguenza il nostro modo di relazionarci in coppia. La nuova famiglia si basa sulla sicurezza e sull’amore, si obbedisce ai genitori per amore e non per paura come una volta, si osservano famiglie affettive, narcisistiche, a-conflittuali. La paura che si riscontra maggiormente è quella di non rispondere alle aspettative. Questo ipernutrimento affettivo di madre e famiglia odierna segna il profondo cambiamento delle coppie oggi, che si sono direzionate verso un amore di tipo narcisistico. Non ti amo più in maniera sacrificale, con totale dedizione, con sottomissione, ma in quanto la coppia mi permette di realizzarmi come uomo e come donna. Da sempre la coppia è utile nel processo di separazione, come spazio di emancipazione, nella mentalizzazione del corpo e per definire la propria identità di genere; ma oggi soprattutto la coppia serve come accompagnamento alla crescita e a sostegno della realizzazione di sé, nell’ottica però della reversibilità della scelta, difficilmente il per sempre si ha in mente (“se non mi fai più stare bene, ti mollo”). L’obiettivo è trovare qualcuno che ti faccia sentire amato quanto la tua mamma…Il noi della coppia diventa Io e Te, la coppia è a servizio di ciascuno, non si rinuncia più a cose che fanno crescere personalmente perché si ha un partner (se ho la possibilità di fare un’esperienza all’estero ci vado anche se ho un compagno, essere in coppia non ferma più iniziative di tipo individuale).

Quando l’amore finisce, alla gelosia si è sostituita la permalosità, alla tristezza la rabbia, perchè senza coppia c’è una perdita della valorizzazione del sé.

Si può tornare al noi, al ‘per sempre’? La dimensione dell’irreversibilità è transitata dal patto di coppia all’amore filiale, solo un figlio è per sempre, un compagno si può ad ogni occasione scartare. Spesso infatti le coppie in crisi chiedono aiuto solo quando ci sono di mezzo dei figli. Nonostante tutto però, questo tipo di legame, di natura narcisistica e che non vede il per sempre come orizzonte temporale, comporta scelte molto più consapevoli e responsabili. Se non sto bene con te, rifletto con ponderatezza sui motivi e quando scelgo di rimanere insieme ne ho ben chiari i motivi, non lo faccio per i figli, per le famiglie di origine, per tradizione culturale. Allora il chiedere un aiuto in caso di difficoltà diventa uno strumento utile per capire i funzionamenti della nostra coppia e decidere se sia giusto, per me, per te e forse anche per noi, rimanere insieme, o prendere la strada di una buona separazione.

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COPPIA E SPAZI

COPPIA E SPAZI
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Molti disagi di coppia hanno un denominatore comune: un problema di spazio. “Da quando mi sono sposata non ho più tempo per me”, “Da quando siamo in tre, non c’è più spazio per noi, sono anni che non usciamo io e lei da soli”. Tutti segnali di disagio che riguardano la difficoltà a conciliare gli spazi personali con quelli di coppia, gli spazi coniugali con quelli genitoriali, gli spazi familiari con quelli sociali. Non esiste certamente una ricetta risolutiva proponibile, ogni famiglia ha un suo equilibrio e un suo stile nell’organizzazione dei diversi spazi. Ma a volte è importante ascoltare il disagio per tempo così da prevenire situazioni di sofferenza cronicizzata. Una prima considerazione: i due partner devono essere consapevoli che identificare loro stessi (come singoli) con la propria coppia può essere molto dannoso. E infatti confondere gli spazi personali con quelli di coppia è un rischio cui la coppia è facilmente indotta. Come se se non facciamo tutto insieme significa che non vi vogliamo bene pienamente. Invece la nostra vita adulta ha bisogno di spazi personali, ma i ritmi della vita odierna inducono facilmente le persone a sottovalutarne l’importanza. E così spesso ci si domanda, solo a giochi fatti, come mai ci si senta tanto insoddisfatti, come mai “con tutte le cose che si fanno”, ci si senta demotivati e facilmente si ricorra a ricette risolutive tese a intensificare il “fare”, o si attribuisca il proprio malessere al partner, senza pensare che invece è proprio in quello spazio di assenza, di mancanza, che è possibile immaginarsi, arricchirsi, prefigurarsi e cogliere desideri. Dal punto di vista relazionale, essere capaci di stare senza l’altro, significa accettare che la vita propria e altrui non si esaurisca nella coppia, nella consapevolezza che ci sono aree della vita del compagno/a che sono “altro” (il suo passato, il suo lavoro, i suoi amici, i suoi hobbie) e che non mi appartengono, ma che possono essere accettate se si regala all’altro la libertà di avere spazi di crescita e di cambiamento anche fuori della coppia.

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