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COMUNICARE NEI DISTURBI ALIMENTARI

COMUNICARE NEI DISTURBI ALIMENTARI
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Purtroppo parliamo tanto e comunichiamo poco. Parlare è “superficie”, comunicare è “profondo”. Quando si vive in una società che, bene o male, premia la superficialità, allora la comunicazione va a farsi benedire. Quando chi ci “informa” da più peso agli amori delle star del rock che alla fame nel mondo, non dobbiamo stupirci se parliamo parliamo parliamo…Chi trova più il coraggio di comunicare? Ci hanno educati all’apparenza. E noi facciamo di tutto per apparire. Comunichiamo la nostra apparenza. La sostanza è da tenere ben celata dietro il ruolo dell’uomo-tutto-di-un-pezzo. Se questo “fenomeno” si limitasse alla sfera del sociale poco male. Ma siamo così abituati ad apparire, che la non comunicazione stigmatizza tutti i rapporti, anche quelli più intimi. La paura di perdere il nostro misero potere, il nostro inebriante senso di superiorità, ci paralizza. Arriva poi un giorno che, talmente aggrovigliati nella quotidiana mascherata, perdiamo il nostro Sé.

È il momento del terapeuta. Noi terapeuti ci guadagniamo da vivere sull’incapacità dell’essere umano di comunicare la sua essenza. Entriamo in scena quando il corpo non ne può più di apparire nelle vesti dell’impettito funzionario, solitamente taciturno, sobrio e controllato ed erutta un fiume di emozioni, di comunicazioni. Il “sintomo” comunica. Comunica, prima di tutto, l’incapacità di comunicare; poi la discrepanza, sempre attiva, tra pensiero e linguaggio: “Come potrei dire a mia moglie… a mia madre…questo o quello?”. Paura. Vigliaccheria. Meglio il “sintomo”! Mai perdere la faccia, il ruolo, il potere. Eppure, sarebbe così facile essere in armonia! Facile quanto essere onesti. Ma di questi tempi essere onesti è pericoloso. Meglio un “bel ruolo”. La verità non paga. Meglio il terapeuta che l’essere. Il mondo esterno è regolato dall’avere. Quando, un giorno forse, conquisteremo il coraggio di comunicare, “l’esterno” perderà molta della sua importanza. E allora comunicheremo. E taglieremo i “rami secchi”. E cominceremo a vivere in pace e, in pace, comunicheremo. Passeggiando per la nostra città vediamo visi corrucciati, persone indaffarate o perse in un mondo tutto loro. Se ascoltiamo dentro il crocchio sentiamo di frustrazioni, di donne o di uomini, sentiamo di storie di veline o di politicanti corrotti. Sentiamo di viaggi verso mete lontane e della difficoltà a trovare casa o lavoro. Sentiamo di disagi nella scuola, negli ospedali, nel rapporto con la pubblica amministrazione. Tutti parlano, nessuno comunica. Certo: far sapere, rendere comune chi siamo è pericoloso. Ne va del nostro status, ne va del nostro potere, ne va della nostra maschera. Meglio parlare. Parlare. Anche questo è un modo per fuggire alla solitudine che ci attanaglia. Parlare di tutto ma non di noi. Chi comunica mette in discussione, oltre se stesso, anche chi gli sta accanto. Chi comunica crea. Crea perché desidera appagare i propri bisogni. Crea perché vuole nutrirsi nel comunicare con il prossimo.

 

 

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