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DISTURBI ALIMENTARI E FAMILIARI

DISTURBI ALIMENTARI E FAMILIARI
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I familiari sono, in genere, molto provati dai disturbi alimentari e quando entrano in terapia hanno compiuto molti sforzi nel tentativo di liberarsene e sembrano avere esaurito tutte le loro risorse. Oscillano tra il sentirsi in qualche modo responsabili (a volte sono stati biasimati da qualcun altro, professionisti compresi) e l’attribuire l’insorgenza dell’anoressia o bulimia ad eventi esterni, quali una dieta o una delusione amorosa. È importante concentrare l’attenzione e raccogliere informazioni sulla struttura della famiglia, sulla fase del ciclo vitale che sta attraversando, sui rapporti trans-generazionali e sul funzionamento della famiglia e dei suoi membri a diversi livelli (comportamentale, esperienziale e cognitivo), con particolare attenzione alle dinamiche familiari che ruotano intorno ad aree cruciali (conflitti, triangoli, confini, dipendenza-autonomia). Al disturbo alimentare viene frequentemente attribuito, sia dalla paziente che dai sui familiari, il significato di un difetto di volontà, un “vizio”, ascrivibile ad una sorta di debolezza psicologica tutta individuale. Attraverso un lavoro di esplorazione è possibile individuare le connessioni tra i disturbi alimentari, l’emergenza soggettiva e le interazioni familiari allo scopo di costruire una lettura plausibile, che restituisca comprensibilità a ciò che appare incomprensibile o relegato nei confini angusti di una debolezza individuale.

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COPPIA E CONFLITTI

COPPIA E CONFLITTI
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Quando nelle coppie e nelle famiglie c’è litigio e conflitto intorno a oggetti preziosi e dall’elevato potere simbolico, si possono intraprendere diversi percorsi: evitare il conflitto, coprirlo, tacere per un’intera settimana, per tutta la vita, non parlarne nemmeno tra le generazioni; oppure affrontare il conflitto. In questo caso, sono almeno due gli esiti possibili: circoscrivere il conflitto, dipanare il motivo alla base del diverbio, ricostruendo il significato attribuito all’oggetto soggettivamente e culturalmente, capire quali sono le vere ragioni per cui si sta discutendo su una tal cosa, oppure farsi invadere dal conflitto, far distruggere dal litigio tutta la relazione.

Il primo atteggiamento, quello dell’evitamento, a volte è protettivo del legame di coppia o di famiglia, ma nel lungo periodo non porta da nessuna parte; può generare altra rabbia, su altri campi, o contagiare il legame e portare a scelte di divisione; oppure può tenere la rabbia sotto la sabbia, ma pronta ad esplodere in qualsiasi momento, al riattivarsi di qualche divergenza.

La seconda possibilità consiste nell’affrontare il conflitto, perché ogni conflitto ha un versante interno e un versante esterno. Sappiamo infatti che quando si litiga il conflitto non avviene mai solo tra le due persone presenti, ma che dietro ad ognuna di esse c’è tutta la stirpe, una genealogia che in un certo senso muove i fili dei due attori in scena.

Dalle teorie del conflitto sappiamo che ogni scelta presenta punti di svantaggio e vantaggio per i due contendenti e che in ogni conflitto sono presenti una dimensione comunicativa/relazionale e una oggettiva/materiale. Nelle diatribe familiari non sono da perseguire solo i contenuti, la dimensione materiale, ma è da mantenere viva anche la relazione, a qualunque costo, soprattutto studiando cosa quel tale conflitto sta dicendo alla mia coppia o famiglia. Inoltre la negoziazione nel familiare, oltre a mettere in scena i bisogni dei due partners, non può prescindere dal prendere in considerazione il benessere relazionale del gruppo, comprendente sia i due direttamente implicati nel conflitto, sia gli altri individui significativi, come i figli, i nonni, o altri parenti.

(Fonte: Costanza Marzotto, “Denaro, casa, vacanze: la negoziazione nel familiare”)

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