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DISTURBI ALIMENTARI E ADOLESCENZA

DISTURBI ALIMENTARI E ADOLESCENZA
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L’attuale diffusione dei disturbi alimentari nell’adolescenza femminile ci autorizza a considerarli espressione di una problematica evolutiva che può essere considerata epidemica nella cultura sociale in cui viviamo. L’allarme non deriva solo dalla constatazione che il disturbo alimentare è il sintomo più diffuso di sofferenza psichica femminile della nostra epoca, ma è alimentato dalla consapevolezza che le adolescenti anoressiche e bulimiche rivelano, maltrattando il proprio corpo, un malessere della femminilità contemporanea di cui solo la punta estrema si esprime nel linguaggio della psicopatologia. Nello stile di funzionamento psichico anoressico si rivelano, infatti, i conflitti relativi alla cosiddetta natura femminile prodotta dalle definizioni culturali della nostra epoca. Le adolescenti anoressiche utilizzano il corpo per annunciare al mondo e alla propria famiglia, attraverso la magrezza assunta a simbolo di potere e controllo, il rifiuto autarchico di qualsivoglia dipendenza e bisogno. Le anoressiche rappresentano gli ascetici ideali della femminilità contemporanea, che attraverso il controllo del peso e dell’alimentazione aspira a realizzare l’assoluto dominio della mente su un corpo da modellare in base ai propri desideri e ai valori; in questo senso rivelano una sofferenza derivante dalla declinazione della femminilità imposta dalla nostra cultura. In questa rappresentazione del corpo femminile che la ricerca esasperata della perfezione rende dipendente dallo sguardo dell’altro e dalle sue attribuzioni, viene annullata l’unicità dell’individuo. Il tema dello sguardo è centrale nella cultura dell’immagine, così come nella rappresentazione di sé dell’adolescente anoressica, cui è mancato uno sguardo materno capace di riconoscerne ed apprezzarne la soggettività, invece di proiettare su di lei i propri desideri irrisolti, trasformandola da bambina viva in una graziosa bambolina modellata dal desiderio della madre. La futura anoressica, resa fragile e dipendente da un vissuto d’inconsistenza e disvalore soggettivo, quando incontra con la pubertà la differenza sessuale, e con questa l’incompletezza e la complementarietà, vive il desiderio dell’altro come una minaccia cui contrapporre un corpo compatto, impenetrabile, autosufficiente, dunque vincente, in contrasto con il fantasma di una femminilità vulnerabile, aperta, segnata da orifizi e ferite, fragile perché esposta a bisogni e desideri. È a partire da queste riflessioni che è importante non pensare alle ragazze che non mangiano, oppure mangiano troppo e male, come malate delle sindromi che i manuali di psicopatologia definiscono anoressia e bulimia nervosa, ma considerarle innanzitutto adolescenti che rivelano con il disturbo alimentare una sofferenza psichica femminile diffusa, ed esprimono con il corpo e il comportamento il disagio evolutivo che deriva dalla difficoltà di integrare i valori dell’identità di genere femminile nell’immagine di sé.

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ANORESSIA E BULIMIA: UNA TESTIMONIANZA

ANORESSIA E BULIMIA: UNA TESTIMONIANZA
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“Mi sento una schifezza, così legata all’aspetto e al corpo, come se per me fosse la cosa più importante del mondo (forse per avere un po’ di sicurezza almeno nell’apparenza)…Guarda come sono ridotta: una povera piccola anoressica, che ogni giorno lotta per vincere questa dura battaglia. Adesso vorrei metter su chili, ma mi è difficile mangiare (e devo stare attenta, perché basta un po’ di più e vomito). Poi forse ho paura di ingrassare, soprattutto perché mi vedo già terribilmente grassa. A volte mi chiedo come faccia a pesare così poco, quando al posto delle cosce ho due prosciutti, mentre chi pesa più di me mi sembra uno stecco. Penso, o forse spero, che una volta raggiunto l’equilibrio vitale, questo problema finirà. Ma sarò mai in armonia con me stessa?

Non so, mi sembra tutto così triste e inutile; non capisco più per cosa vivo. Nessuno che percepisce il mio dramma interiore e vede solo quella pellicola esternissima di ragazza sempre presente e brava. So solo una cosa: meglio non mangiare e correre il rischio di pesare meno subendo tutte le paranoie dei miei, che mangiare come una furia per questa paura di perdere peso o per fame (quando la domino sono più e molto felice) e poi vomitare e sentirmi come un pezzo di cibo triturato dai denti e finito in fondo ad un water.

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ASPETTO E IDENTITA’

ASPETTO E IDENTITA’
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Le persone tendono a far dipendere la stima di sé dal corpo e dall’insoddisfazione per il peso o per le sue forme. In realtà il senso di inadeguatezza promana dal corpo (inteso in senso fisico) ma spesso non lo riguarda: il problema non sta “nel” corpo, quanto nella sua controparte psicologica, le rappresentazioni o immagini attraverso le quali la persona valuta se stessa e attribuisce un significato (negativo) alla propria apparenza fisica, di qui l’incertezza per il proprio senso dell’identità e valore.

 

Pur così diverse tra loro, la condizione anoressica e bulimica condividono la stessa posta in gioco: la bilancia come prova del valore di sé. Immagine da contemplare o più spesso da temere, l’aspetto rappresenta in questi casi (e non solo in questi) la carta di credito con cui ci si propone al giudizio dell’altro, il più severo dei quali è quell’altro se stesso che con voce critica e disapprovante sabota ogni tentativo di serena accettazione di sé. Ma come può nascere in certe persone l’idea angosciosa che il proprio corpo sia “sbagliato”?E come è possibile continuare a crederlo anche se, a detta di altri, è perfetto? Aspetto e immagine di sé in molti casi divaricano drammaticamente, e la percezione soggettiva prevale e cancella ogni evidenza contraria. Il problema non sta nel corpo, quanto piuttosto nella conflittualità che la persona intrattiene con le varie rappresentazioni e vissuti del proprio sé fisico. Non conosciamo il corpo solo per via dei sensi, ma per mezzo della facoltà d’intendere che è in noi, non per il fatto che lo vediamo e lo tocchiamo, ma per la costruzione complessa che ne fa la mente. Concorrono a dar forma al sentimento per il corpo (visto che di sentimento si tratta più che di un’idea, proprio o improprio che sia) importanti processi di mediazione emotiva, cognitiva, simbolico-culturale.

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