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ANORESSIA: TESTIMONIANZA

ANORESSIA: TESTIMONIANZA
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Nell’anoressia e nei disturbi alimentari ci sono pensieri, idee, funzionamenti mentali assolutamente identici in tutti i casi che si incontrano. Oggi vi propongo alcune riflessioni tratte da una testimonianza di una persona che ha lottato a lungo con l’anoressia, con le abbuffate, con la speranza che sapendo di non essere i soli e gli unici ad avere questi problemi, siate anche ottimisti di poterli risolvere, visto che tanti prima di voi ce l’hanno fatta!

Attribuisco al cibo un significato sbagliato, spesso lo utilizzo come un sedativo, un modo per non pensare a nient’altro. E’ come se restare malata, con la mia anoressia come compagna fedele, mi permettesse di non dovermi occupare di tutte quelle cose che mi spaventano. Ho paura di affrontare quello che mi fa stare veramente male, per cui evito di occuparmene attraverso i problemi alimentari. E’ come se i sintomi mi occupassero tutto il tempo, i pensieri, la mente, mi permettessero di non pensare. La mia testa è dominata da pensieri quali “Tutto o niente”, “Meno mangio meglio sto”, classifico il cibo come sano o cattivo, controllo tutto ossessivamente, controllo il peso e il corpo in maniera angosciata, ho un forte desiderio di perfezione rivolto al corpo e alla qualità della vita. Essere insoddisfatta di me stessa e della mia vita è come se mantenesse presente il meccanismo dell’abbuffata e del sintomo. L’anoressia e il disturbo alimentare nascondono un disagio profondo: attraverso il rifiuto del cibo o l’abuso di esso si vogliono esprimere emozioni, stati d’animo, pensieri, che non si riescono a buttar fuori a parole o in modo diverso. Poi questo meccanismo portato avanti nel tempo si radica nella persona, che arriva a definire automatici certi comportamenti e certe modalità di gestione delle emozioni, come se fossero al di fuori del proprio controllo. Il sintomo, l’anoressia, aiuta a resistere, a sopravvivere alle difficoltà, è come se fosse un modo per sopportare tante situazioni scomode e tante emozioni intollerabili”.

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ANORESSIA E RIFLESSIONI

ANORESSIA E RIFLESSIONI
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Condivido oggi una riflessione su anoressia e disturbi dell’alimentazione del collega dottor Mugnani:

“Oggi essere una donna sembra essere diventato un motivo di imbarazzo. Avere un corpo di donna, con curve femminili, con il ciclo mestruale e con le emozioni tipiche della psicologia femminile, è qualcosa di cui tante ragazze e tante donne adulte hanno paura e vergogna. E per questo cancellano, anche con l’anoressia e la bulimia, ciò che in loro c’è di femminile: il corpo, le forme, il ciclo, le emozioni. L’anoressia è oggi l’emblema di questa paura e di questa fuga dalla propria identità femminile, perché l’ideale anoressico punta proprio a questa cancellazione del corpo e della natura. Si badi bene che l’obiettivo anoressico non è perdere chili, ma pesare zero, cioè non avere più nessun corpo, dove ovviamente il vero problema non è il peso del corpo, ma il peso dell’identità individuale, dunque il peso della storia, dei traumi e dei desideri che abitano quel corpo. Dunque il corpo che un tempo era il luogo del piacere e delle emozioni, oggi è diventato il luogo della colpa, delle fobie, delle ossessioni, dell’anestesia emotiva dettata dai sintomi contemporanei. Una paura dunque del corpo e di conseguenza del cibo. Siamo davanti a quella che io chiamo: Generazione “ZERO %”, in cui bevande e cibi sono tutti contraddistinti dallo ZERO: zero zuccheri, zero calorie, zero grassi. Cibi che vengono amati non per gli ingredienti che contengono, ma per quello che in essi manca. Anche qui ci troviamo davanti le stesse paure e lo stesso culto per la sottrazione e la mancanza. Come quando una ragazza anoressica si guarda allo specchio e gioisce non per ciò che vede, ma per ciò che manca: chili, forme, curve, ciclo. L’anoressia però non è solo un problema di adolescenti che non mangiano o che vomitano per perdere peso; il problema è che oggi si è diffuso un sistema nei mass-media, nella moda, nella pubblicità, e nella cultura in genere, animato da una tendenza anoressica a cancellare la natura femminile, a defemminilizzare la donna. Dunque a mostrare il corpo femminile come un problema, che per andare bene richiede delle correzioni. “Essere femminile” sembra diventata una malattia da curare. “La donna” e il corpo femminile sono diventati oggetti di marketing, modellati da numeri e leggi di mercato. E anoressia e bulimia vanno lette anche come fenomeni di obbedienza patologica verso questo sistema culturale. Curare, prevenire o guarire l’anoressia, passa dunque anche attraverso una operazione culturale di riappropriazione di quella parte di sé che fino al giorno prima veniva avvertita come qualcosa “di troppo”, di eccessivo, di patologico, da dover togliere. Re-imparando dunque a gioire non dello ZERO e delle perdite, ma delle conquiste.” (copyright Matteo Mugnani)

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CIBO E DISTURBI ALIMENTARI

CIBO E DISTURBI ALIMENTARI
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Nei disturbi alimentari il sintomo e il problema cibo, nonostante la sofferenza che possono portare, sono vissuti come degli alleati e si fa una gran fatica a prenderne le distanze. Il cibo nei disturbi alimentari diventa un amico-nemico con cui si vive una ambigua e duplice relazione: da un lato è ciò che tranquillizza, anestetizza, calma e lascia nell’oblio tutto il resto dei problemi (sia nella dimensione dell’evitarlo come nell’anoressia o nelle forme restrittive, che in quella dell’alimentazione compulsiva), dall’altro è un nemico pericoloso, qualcosa che può far perdere il beato controllo, che può sfuggire di mano e uscire dalla dispensa “divorandomi”. Il sintomo alimentare protegge, dietro al cibo si celano vissuti faticosi e difficilmente affrontabili, ciò che fa più paura si nasconde dentro ciò che si mangia o non si mangia. La vittoria sulla fame, il digiuno, l’iperattività, l’abbuffarsi sono vissuti come gratificanti: nel momento in cui non si controlla più nulla e tutto va male (o perlomeno non come si vorrebbe) almeno il cibo lo si può controllare, così come il corpo. Dietro ai disturbi alimentari c’è una fame inappagata, quella fame di riconoscimento, di valere, di affetto che nessun cibo potrà saziare. Allora meglio il sintomo che il nulla, meglio digiunare o abbuffarsi che fare i conti con la propria sensazione di pochezza, con il vissuto di non valere niente o almeno mai abbastanza.

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