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DISTURBI ALIMENTARI E FAMILIARI

DISTURBI ALIMENTARI E FAMILIARI

I familiari sono, in genere, molto provati dai disturbi alimentari e quando entrano in terapia hanno compiuto molti sforzi nel tentativo di liberarsene e sembrano avere esaurito tutte le loro risorse. Oscillano tra il sentirsi in qualche modo responsabili (a volte sono stati biasimati da qualcun altro, professionisti compresi) e l’attribuire l’insorgenza dell’anoressia o bulimia ad eventi esterni, quali una dieta o una delusione amorosa. È importante concentrare l’attenzione e raccogliere informazioni sulla struttura della famiglia, sulla fase del ciclo vitale che sta attraversando, sui rapporti trans-generazionali e sul funzionamento della famiglia e dei suoi membri a diversi livelli (comportamentale, esperienziale e cognitivo), con particolare attenzione alle dinamiche familiari che ruotano intorno ad aree cruciali (conflitti, triangoli, confini, dipendenza-autonomia). Al disturbo alimentare viene frequentemente attribuito, sia dalla paziente che dai sui familiari, il significato di un difetto di volontà, un “vizio”, ascrivibile ad una sorta di debolezza psicologica tutta individuale. Attraverso un lavoro di esplorazione è possibile individuare le connessioni tra i disturbi alimentari, l’emergenza soggettiva e le interazioni familiari allo scopo di costruire una lettura plausibile, che restituisca comprensibilità a ciò che appare incomprensibile o relegato nei confini angusti di una debolezza individuale.

All’inizio, la famiglia viene perché ha bisogno di un’etichetta psichiatrica. La famiglia stessa ha già cominciato ad etichettare e ha bisogno di qualcuno che confermi la sua diagnosi. Quando li si accetta come pazienti si segue, entro certi limiti, questa idea. Si accetta la loro affermazione che esistono problemi psichiatrici, che la figlia “è anoressica”, “è bulimica”, ma si incomincia subito a mettere in discussione questa definizione. A poco a poco, attraverso il processo terapeutico, si cerca di trasformare l’etichetta in comportamento. Per esempio si chiede: “Che cosa vuol dire essere anoressica? Che cosa fai a tuo fratello? A tua madre?”. Quando ci si sente abbastanza sicuri che la famiglia è in grado di trasformare l’etichetta in azione, quando capiscono che i disturbi alimentari di una persona sono solo un comportamento, che la malattia è per il malato un modo di comunicare con gli altri, allora si può considerare la malattia una decisione, un semplice disagio, e le persone cominciano a reagire, considerando l’anoressica un essere umano e non un’ ammalata. È questo il momento in cui ha inizio il cambiamento. Si trasforma il linguaggio da malattia a comportamento, e le persone reagiscono in modo diverso. Questo modo di operare, unito al desiderio di collaborare tutti insieme per dare senso ad un sintomo che appare assurdo, è l’unica via per permettere ad una persona di liberarsi da un sintomo alimentare, piuttosto che perdersi in battaglie e scontri su diete, cibo, calorie. 

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