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DISTURBI ALIMENTARI E PUNIZIONE

DISTURBI ALIMENTARI E PUNIZIONE

Oggi riporto la condivisione e l’esperienza di una ragazza con disturbi alimentari che solleva la questione del legame tra Dca e punizione, perchè solitamente si ritrova un forte legame tra il sintomo, la punizione e il senso di colpa, declinato in vari modi. Se vi va, raccontatemi anche voi la vostra esperienza.

“La mia malattia era, tra le varie cose, un modo per punire mia madre. Non ho mai pensato di volere punire me stessa, come spesso accade, il mio obiettivo era quello di far sentire in colpa mia madre.

Perfino le “abbuffate” erano un modo per dimostrare quanto mi facesse male.

Ecco perché io, a differenza della maggior parte della altre persone affette da DCA, non ho mai nascosto nulla: avevo reazioni plateali proprio perché lei doveva vedere il male che mi faceva.

Vi faccio un esempio: mettiamo caso che avessi chiesto a mia mamma di non comprare un determinato alimento e che lei lo avesse comprato ugualmente. A quel punto io mi sarei abbuffata proprio di quel cibo (pur non avendo alcuna voglia di mangiarlo), per poi sclerare malamente, piangendo, sbattendo i pugni a terra e urlando di voler tornare indietro, di voler morire ecc. ecc. per mostrarle le conseguenze del suo gesto…

Ecco perché ora quegli stessi cibi non mi fanno né caldo né freddo: non sono più un’arma contro di lei e io posso mangiarli come e quando voglio. Quei cibi in sé non sono mai stati la causa scatenante delle mie crisi… Mettevo alla prova mia mamma chiedendole un favore e quando lei non mi ascoltava, scattava la crisi da “devi sentirti in colpa, guarda cosa mi fai”.

Questi ovviamente erano eccessi malati, ma il desiderio di mostrarle la sofferenza che la sua non-attenzione mi causava era una delle “fondamenta” del mio DCA. Volevo essere visibilmente malata, in modo che capisse che stavo davvero di merda. Volevo che si pentisse di non avermi ascoltata, che si sentisse IN COLPA… Che soffrisse come soffrivo io a causa sua. “Mi sto uccidendo per colpa tua… Spero tu ne soffra.”

Ecco perché dico che quando mi sono rassegnata all’idea che era tutto inutile, che a lei non importava niente delle mie crisi isteriche e della mia sofferenza e che, pertanto, avrebbe continuato a farmi del male (e non mi riferisco alle cazzate legate al cibo come quella menzionata nell’esempio, bensì a questioni per più serie) senza mai manifestarmi affetto come avrei voluto, è stato relativamente semplice riprendere a mangiare. Chiaramente ormai i meccanismi malati si erano radicati in me ma, una volta crollato il fattore di mantenimento del DCA, è stato moooooolto più semplice mangiare senza “impazzire”: non avevo più motivo di farlo.

Qualcuna di voi si riconosce in questa sfumatura “vendicativa” del DCA? 

Quante di voi, invece, vedono il disturbo alimentare come un modo per farsi del male e quindi per punire se stesse?

Per commenti e confronti, scrivi a info@spazioaiuto.it