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LA CONCLUSIONE DELLA CURA

LA CONCLUSIONE DELLA CURA
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“La terapia non è conclusa fino a quando i pazienti non hanno riscritto le proprie storie in modo da conferire alle proprie vite qualità di coerenza, empatia e sicurezza. Soltanto dopo essi potranno creare per se stessi nuovi script e, dal momento che saranno diventati in grado di cambiare i vecchi pattern e di agire in maniera diversa rispetto al passato, potranno iniziare a improvvisare, ovvero rischiare di fondare le proprie azioni su nuove situazioni invece che su vecchi miti”.

Mi piace citare queste parole di Byng-Hall, riferite alla conclusione di una terapia.

Spesso mi chiedo (e lo chiedono anche le madri e le famiglie che mi si rivolgono in cerca di aiuto): nei disturbi alimentari, cosa significa ‘stare meglio’? Il puro e semplice aumento di peso da solo, lo smettere di vomitare, la perdita di peso in eccesso, la perdita di ossessioni sul cibo, hanno un valore limitato come criteri per valutare la guarigione, per quanto desiderabili possano essere come primi passi e importanti come aspetti della cura. Altre questioni sono di importanza ben maggiore. È molto più semplice e soprattutto utile aiutare il paziente a riscrivere la sua storia e a creare nuovi copioni -come dice Byng-Hall- attraverso un intervento tempestivo sul significato del sintomo alimentare nel contesto evolutivo e relazionale e sulla funzione del disturbo nelle dinamiche familiari. Concentrare l’attenzione sul peso e sui modelli alimentari, manifestazioni del sintomo che spesso le pazienti sbandierano come prioritarie e sulle quali intervenire, non fa altro che cronicizzare il disturbo e rafforzare dinamiche conflittuali patologiche tra genitori e figli che ne derivano, oltre che non permettere di analizzare le vere problematiche che stanno sotto la superficie dell’iceberg rappresentato dal disturbo alimentare (come da qualsiasi altro sintomo). Questo è quanto io ho potuto vedere e constatare nella mia pratica terapeutica e che mi fa procedere con convinzione sulla strada della terapia sistemica. A volte qualcuno mi chiede se non sia pesante e frustrante trattare con questo genere di disturbo: devo ammettere che spesso lo è, ma ciò che non mi fa perdere la voglia e la passione di andare avanti credo sia proprio il modello sistemico. Laddove vecchi miti e vecchi pattern sembrano tenere prigioniero il paziente in una strada senza via di uscita, tale modello, allargando il punto di vista e includendovi la famiglia, apre nuove prospettive, facilita il cambiamento di premesse e permette a me come terapeuta di aiutare chi mi sta di fronte a improvvisare nuovi, funzionali e virtuosi modi di affrontare la vita.

 

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ANORESSIA, BULIMIA O BINGE? UN TEST

ANORESSIA, BULIMIA O BINGE? UN TEST
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Dottoressa…è anoressia? Bulimia? Binge? Ho veramente un problema?

Molti rivolgono preoccupati questa domanda. La commissione del Ministero della Sanità sui Disturbi del Comportamento Alimentare propone un test per aiutare ad individuare se se stesso, un figlio, un alunno, un amico nasconde i sintomi della malattia. Queste semplici domande possono essere un valido aiuto, iniziale, per quanti ritenessero di trovarsi di fronte ad un caso di Disturbo del Comportamento Alimentare.

  1. Ti pesi più di 2 volte alla settimana?

  2. Quando mangi ti capita di pensare alle calorie?

  3. Ti senti in colpa dopo aver mangiato?

  4. Se ti guardi allo specchio, guardi sopratutto pancia e cosce? oppure spesso non riesci a guardarti allo specchio?

  5. Il tuo peso influenza il tuo umore?

  6. Quello che mangi influenza il tuo umore?

  7. Il tuo peso influenza la tua disponibilità a frequentare i coetanei?

  8. Il tuo ciclo mestruale è irregolare o assente?

  9. Mangi grandi quantità di cibo con la sensazione di perdere il controllo, indipendentemente dal senso di fame?

  10. Ti capita di provocarti il vomito o di desiderarlo dopo avere mangiato?

  11. Se mangi di più di quello che ritieni necessario per te, cerchi di ridurre i pasti successivi?

  12. Fai uso di diuretici o lassativi o farmaci per dimagrire?

  13. Fai attività fisica per bruciare calorie o con la sensazione di non poterne fare a meno?

  14. Dedichi al cibo troppo tempo dei tuoi pensieri?

  15. Non riesci a parlare con nessuno dei tuoi problemi?

  16. Hai un indice di massa corporea inferiore a 18,5 o superiore a 25?

  17. Hai una intensa paura di ingrassare?

Se le risposte positive sono almeno 4 potrebbe essere utile parlare con un esperto, o se vi ritrovate anche solo in una di esse e pensate che la cosa stia diventando problematica, cercate un aiuto al più presto.

 

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ANORESSIA E BULIMIA: UNA TESTIMONIANZA

ANORESSIA E BULIMIA: UNA TESTIMONIANZA
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“Mi sento una schifezza, così legata all’aspetto e al corpo, come se per me fosse la cosa più importante del mondo (forse per avere un po’ di sicurezza almeno nell’apparenza)…Guarda come sono ridotta: una povera piccola anoressica, che ogni giorno lotta per vincere questa dura battaglia. Adesso vorrei metter su chili, ma mi è difficile mangiare (e devo stare attenta, perché basta un po’ di più e vomito). Poi forse ho paura di ingrassare, soprattutto perché mi vedo già terribilmente grassa. A volte mi chiedo come faccia a pesare così poco, quando al posto delle cosce ho due prosciutti, mentre chi pesa più di me mi sembra uno stecco. Penso, o forse spero, che una volta raggiunto l’equilibrio vitale, questo problema finirà. Ma sarò mai in armonia con me stessa?

Non so, mi sembra tutto così triste e inutile; non capisco più per cosa vivo. Nessuno che percepisce il mio dramma interiore e vede solo quella pellicola esternissima di ragazza sempre presente e brava. So solo una cosa: meglio non mangiare e correre il rischio di pesare meno subendo tutte le paranoie dei miei, che mangiare come una furia per questa paura di perdere peso o per fame (quando la domino sono più e molto felice) e poi vomitare e sentirmi come un pezzo di cibo triturato dai denti e finito in fondo ad un water.

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